Napoli vanta più di un tesoro. Quello più famoso è sicuramente quello di San Gennaro, conservato nell’omonimo museo in cui è custodita una serie di collezioni d’arte comprendenti gioielli, statue, busti, tessuti pregiati e dipinti di grande valore.

Visita al Museo Archeologico Nazionale

Ma altri tesori di inestimabile valore sono quelli ospitati nel Museo Archeologico Nazionale (piazza Museo 19 – www.museoarcheologiconapoli.it) che ha sede nell’antica caserma di cavalleria borbonica e conserva un’enorme mole di reperti antichi rappresentando uno dei più rilevanti siti culturali al mondo.

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Già di per sé, dunque, il museo, che si trova ai margini del Rione Sanità, andrebbe visitato, ma nel nostro caso c’è stato un motivo in più: la mostra “I Longobardi. Un popolo che cambia la storia”.
Ma viaggiare con un cucciolo comporta delle necessarie rinunce e delle soste più prolungate per cui questa volta, oltre a rimandare il giro nella Napoli Sotterranea, dove Otto avrebbe potuto partecipare insieme a noi ma due ore di percorso ci sono sembrate po’ troppo per lui, abbiamo deciso di dividerci per poter effettuare un giro, sia pur veloce, tra le ampie e ricchissime sale del museo.

Dato che l’area espositiva è vastissima e il tempo a disposizione poco, con Michele e Otto che mi hanno atteso in auto davanti all’imponente palazzo, ho dovuto fare una scelta netta.

Naturalmente mi sono diretta subito verso la Collezione Farnese con le colossali sculture di epoca romana. Nelle sale si susseguono capolavori tra cui il gruppo dei tirannicidi proveniente da Tivoli e Afrodite Callipige, rinvenuta nella Domus Aurea di Roma, prima di trovarsi al cospetto degli enormi Ercole Farnese e il Toro, gruppo marmoreo tra i più grandi del mondo antico.

Tra i reperti pompeiani spicca il vaso blu, un’anfora vinaria decorata con il tema dionisiaco della vendemmia.

Salendo la rampa della grande scalinata si accede al Salone della Meridiana, che deve il nome alla meridiana collocata sul pavimento composta da un listello di ottone tra riquadri di marmo nei quali sono incastonati medaglioni dipinti raffiguranti i dodici segni dello zodiaco: si rimane a bocca aperta e davvero non si sa dove posare lo sguardo.

Nella prima metà della sala obbligatorio sostare davanti ai grandi crateri ritrovati a Canosa, mentre nella seconda metà campeggia l’Atlante Farnese, statua in marmo del Titano che regge il mondo.

A questo punto il tempo stringe e non mi resta che dirigermi verso le sale che ospitano monili e reperti della mostra dedicata ai Longobardi. Fra i reperti più preziosi ci sono i calici di vetro colorato a forma di corno rinvenuti nelle tombe di duchi sepolti a Cividale del Friuli, Ascoli Piceno e Nocera Umbra. Tra quelli più suggestivi lo scheletro di cavallo sepolto accanto a due cani, testimonianza dei riti pagani con il sacrificio dell’animale più caro accanto al suo guerriero.

E poi i monili d’oro con le paste di vetro colorato, i pettini, i pugnali e le spade. Oltre 300 le opere esposte provenienti da 80 musei e 32 i siti longobardi rappresentati: una mostra da non perdere e da visitare prima che venga trasferita al Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, che fa luce sul periodo della storia d’Italia che va dal 568 al 774, con la prosecuzione nei principati di Benevento e di Salerno fino al secolo XI.

Il motivo in più? Il recente riconoscimento da parte dell’Unesco del sito seriale I Longobardi in Italia. I luoghi del potere che tutela sette monumenti longobardi in diversi luoghi, dal Friuli alla Campania.

Prima di tornare a casa, un’esperienza da non perdere è quella di sorbire da una tazza il brodo di polpo o meglio “o’ brore ‘e purpo”, il cibo di strada per eccellenza della Napoli di una volta: in via Foria c’è Lello, l’ultimo venditore di un rito ormai in estinzione.

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Nel frattempo assistiamo a uno spettacolo divertente a cura di Mario, artista di strada che gira di quartiere in quartiere e che a Napoli conoscono tutti: difficile descriverlo a parole per cui vi alleghiamo il video del “concerto” al quale ha partecipato anche Otto come cantante!

Poi, tappa d’obbligo l’acquisto delle mozzarelle di bufala: provate quelle del Minicaseificio Costanzo (Via Lepanto, 118/120) in zona Fuorigrotta a pochissimi passi dallo stadio San Paolo. Nel nostro “paniere” ci sono finiti anche il Caciocostanzo di mucca affumicato e la ricotta di bufala in salvietta, una crema di latte, da consumare su una semplice fetta di pane oppure per preparare torte dolci e salate, ma da provare anche fredda con nutella o caffè.

E’ tempo di andare. Per me è molto difficile lasciare Napoli e il calore della sua gente. Ci torneremo presto, prestissimo!

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