mercoledì, Novembre 30, 2022

“1564, Alla ricerca del braccio perduto” di Miki Carone

LettureontheRoad"1564, Alla ricerca del braccio perduto" di Miki Carone
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Scrivere un romanzo storico non è affatto facile, soprattutto quando le vicende si immergono in atmosfere noir e tra i protagonisti c’è un santo!

Il priore, il pittore e il santo

Tecnicamente, le maggiori difficoltà sono quelle legate alla necessità di documentazione e di precisione, non solo nel riportare le date ma anche nell’inserire oggetti o scoperte che sono subentrati nel tempo. Facciamo un esempio: se il racconto è ambientato in un periodo antecedente la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, in un menu non potranno essere inseriti patate, pomodori e peperoni.

Nel caso del romanzo di Miki Carone, come già anticipato, c’è un elemento di difficoltà in più. Infatti si tratta di un thriller ambientato nel passato che a maggior ragione deve seguire logiche proprie e può essere soggetto a ulteriori complicazioni. Ma che, se riuscito, può dare grandi soddisfazioni!
Ed è questo il caso di “1564, Alla ricerca del braccio perduto”, libro basato su una storia che si dipana nell’Abbazia francescana di San Vito a Polignano a Mare.

1564, Alla ricerca del braccio perduto

Quando si scrivono romanzi storici, una delle maggiori difficoltà è quella di calarsi mentalmente in un mondo che non esiste più, o perlomeno che è così cambiato da essere irriconoscibile, e di considerare la realtà con occhio contemporaneo. È importante infatti che ogni volta che uno scrittore inventa una storia crei un “mondo possibile” che non è quello reale ma può assomigliargli molto. L’unica facilitazione, se così vogliamo definirla, in questo caso è quella che l’autore conosce molto bene i luoghi in quanto nelle antiche celle dell’abbazia ci vive da anni.

1564, Alla ricerca del braccio perduto

Siamo, come lo stesso titolo svela, nel 1564, anno cruciale in cui l’Abbazia di San Vito passava dai frati Benedettini ai Francescani. Infatti è proprio il Priore dell’Abbazia fra Leonardo a dare il via alle vicende chiamando un suo vecchio amico di Bologna, il pittore Giordano Barnaba, per restaurare l’antico affresco bizantino in rovina.

Vicende che si tingono subito di giallo in quanto dopo l’arrivo del pittore, nella stessa chiesa dove sta lavorando all’affresco, avviene il furto del Tesoro e delle reliquie del Santo. Da questo episodio si svilupperanno diversi momenti che si alterneranno tra amori, rancori e anche efferati e misteriosi omicidi.

Ma la novità nel romanzo “1564, Alla ricerca del braccio perduto” è l’introduzione di un protagonista “speciale”: il santo a cui è intestata l’Abbazia, il cui intervento miracoloso risulterà decisivo per sbrogliare la matassa alla base del furto e degli omicidi.
Come appare e con chi parla? Non sveliamo nulla perché il libro va letto per scoprire non soltanto che fine ha fatto il Tesoro rubato, ma anche il destino del pittore coinvolto nelle circostanze delittuose e pure in fatti di “cuore” con Margot, la locandiera dell’osteria del porto.

La trama, di per sé già intrigante, si inserisce in un contesto storico, quello della seconda metà del XVI secolo, di grandi cambiamenti filosofici, religiosi e artistici nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento. Il 1564 è un anno particolare non solo per l’Abbazia di San Vito ma per tutta la Chiesa in quanto si è appena concluso il Concilio di Trento (1562-1563), presieduto da Papa Pio IV che rivede tutta l’amministrazione della Chiesa. In diverse Abbazie ai Benedettini vengono sostituiti i Francescani, proprio come racconta Carone dell’Abbazia di San Vito.

Il merito del narratore è quello di aver creato con gran fantasia un mondo possibile mettendo il lettore nella condizione di “sospendere la sua incredulità” pur davanti a situazioni al limite del reale. Bisogna dar atto a Miki Carone di aver saputo rispettare sin dalle prime pagine quello che viene chiamato “contratto di veridizione” grazie a una descrizione perfetta e precisa dei luoghi, dei personaggi e delle loro abitudini.

La facilità con cui conduce per mano chi legge sotto la torre di vedetta o tra i cortili, le celle e gli ambienti della grande abbazia gli viene sicuramente dal fatto che lui stesso essendo un artista visivo e non uno scrittore ha costruito il racconto per immagini come se fossero dei quadri o le scene di un film. A quale film pensava mentre scriveva il suo racconto? Verrebbe in mente la trasposizione cinematografica de “Il nome della rosa” con Sean Connery nei panni di Fra Leonardo. Invece la risposta di Miki Carone è spiazzante: “L’armata Brancaleone”, il capolavoro di Mario Monicelli.

La stesura del libro non è stata rapida in quanto l’autore si è informato sul periodo in questione, sull’ambiente nel quale aveva deciso di svolgere la sua storia, leggendo molti libri, documentandosi su usi e costumi, così da creare personaggi che davvero potevano esistere in quel determinato arco di tempo. Personaggi tali da essere verosimili, ossia che non sono mai esistiti e che non hanno negli archivi storici documenti che li riguardano, ma avrebbero potuto vivere in quegli anni, perché simili a persone di quel tempo.

Dunque Carone ha inventato i protagonisti di “1564, Alla ricerca del braccio perduto” tenendo a mente ciò che Manzoni definì il verosimile o vero poetico, che si contrappone al vero storico, quello appunto documentato che nel romanzo è rappresentato dai grandi personaggi come Diocleziano, l’imperatore romano che si scagliò contro i cristiani e che martirizzò anche San Vito.
Fondamentale naturalmente rimane la parte creativa, lì dove il vero e il verosimile si mescolano in perfetto equilibrio, che nel libro di Carone racchiude sentimenti e affetti e che racconta gli stati d’animo appassionando e coinvolgendo nella lettura.

Per rassicurare i lettori dobbiamo specificare che nell’abbazia sono conservati ancora oggi il Braccio, reliquiario realizzato da un ignoto argentiere napoletano, che contiene il sacro osso di un braccio del Santo, e il Pisside, anche questo di fattura napoletana, contenente la Rotula di un ginocchio di San Vito.

E tutti gli anni San Vito viene festeggiato a Polignano a Mare per ben tre giorni di seguito, con la suggestiva processione via mare, raccontata da Miki Carone nel testo. Partendo dal porticciolo di San Vito, il santo percorre tutta la costa fino allo scoglio dell’Eremita e aggirandolo torna indietro per poi attraccare a Cala Paura dove comincia la processione a piedi per le strade del paese che termina nel centro storico all’altare sui cui viene esposto fino al 16 giugno, da dove torna nell’Abbazia di San Vito.

Miki Carone
1564 Alla ricerca del braccio perduto
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Rosalia
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