Marrakech, l’anima e il cuore del Marocco

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Marrakech: non appena scorgiamo le alte mura purpuree ci sembra di esserci già stati. La stessa sensazione si ripete nel souk e in piazza Jemaa el-Fna. Sicuramente perché tanto abbiamo letto e abbiamo visto su questa città considerata la perla rossa del Marocco. Una città che cattura l’immaginazione dei viaggiatori con la sua atmosfera prima ancora di metterci piede e che si rivela sin da subito l’incarnazione del mondo arabo per eccellenza. Tanto fa l’effetto déjà vu, ma è innegabile che Marrakech possieda tutti e tutti insieme quegli elementi che ci si aspetta di vedere in Marocco: le bellissime porte intarsiate, i vibranti mosaici delle piastrelle, l’architettura dei palazzi e dei giardini, gli odori, i sapori e i colori delle merci esposte nei souk, ma soprattutto l’atmosfera. 

La perla rossa del Marocco

Ci siamo arrivati nel pomeriggio: come non approfittare per un primo giro nella città a cominciare dalla famosa piazza che ne rappresenta il cuore, nel bene e nel male? Con la speranza di non essere “catturati” dagli abituali frequentatori di piazza Jemaa el-Fna, incantatori di serpenti, domatori di scimmiette e tatuatrici di henné, abbiamo fatto un giro tra le bancarelle di frutta e gli stand del tipico artigianato marocchino che dopo il tramonto lasciano spazio a friggitorie e bracerie che la trasformano in un fumante ristorante a cielo aperto. 

Durante la passeggiata il consiglio è quello di non avvicinarvi troppo per guardare da vicino se volete evitare di essere agganciati per una foto o un servizio non richiesto, come è successo a me con una tatuatrice di henné che sottraendomi la mano ha cominciato disegnarmela presentando poi un conto molto salato! Personalmente, poi, i serpenti resi docili e immobili da chissà cosa e le scimmiette con il pannolino, vestite come fossero bambini, con i pollici amputati e tenute al guinzaglio mi hanno fatto una gran tristezza. 

Marrakech

Irrinunciabile invece l’esperienza di sorbire il tè alla menta sul Balcon du Café Glacier che domina dall’alto tutta la piazza da un lato e guarda il minareto della Koutoubia dall’altro. Si rimane frastornati dal chiacchiericcio delle persone, tra cui tanti italiani come noi in attesa del tramonto, e del rumore sordo e costante che proviene dal basso su cui poi si innalza il richiamo del Muezzin.

Marrakech

Purtroppo il cielo nuvoloso che minacciava pioggia ci ha costretti a ritornare in albergo per la cena e a rinunciare ad aspettare il calar del sole ormai coperto dalle nubi: un appuntamento solo rimandato – Inshallah!

Il mattino dopo una sottile pioggerella ci ha accolto insieme alla nostra guida che ci ha condotti a scoprire gli angoli più suggestivi della città. Per i nostri gusti è stata un po’ troppo frettolosa in alcuni passaggi e propensa, come già accaduto con la guida di Fès, a portarci in alcuni posti piuttosto di altri per l’acquisto “guidato” dei prodotti dell’artigianato marocchino, come spezie, creme, unguenti e il famoso olio di Argan , da una erboristeria la cui attività è in mano a una cooperativa femminile locale, e in un grande bazar, stile grotta dei quaranta ladroni ma con una qualità non eccelsa della mercanzia.

Marrakech

La prima tappa è stata la visita dall’esterno della Moschea Koutoubia, il cui minareto alto 77 metri, servì come modello per la Torre della Giralda di Siviglia. La moschea, costruita nel XII secolo, è un esempio di architettura moresca e un luogo di riflessione e preghiera il cui ingresso è vietato a chi non abbraccia la religione islamica. Abbiamo visitato poi il Palazzo di Bahia, fatto costruire dal visir di Hassan I, Ahmed Ben Moussa, nel XIX secolo per ospitare le sue concubine. È conosciuto come il Palazzo della Bella, si trova nella Mellah di Marrakech, che un tempo ospitava il ghetto ebraico della città, ed è costituito da una serie di saloni, adornati da marmi e zellij, e giardini fioriti in tipico stile moresco.

Per raggiungere la Medersa Ben Youssef, la più importante e più grande scuola coranica del Marocco, si attraversa la Medina di Marrakech, Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO: un labirinto affascinante di vicoli intricati, souk affollati e antichi palazzi, dove avremmo voluto trascorrere più tempo per perderci per le vie ed esplorando laboratori artigianali che producono ceramiche, tappeti, gioielli e tanto altro ancora. Invece fugaci foto e passi veloci tra il continuo via vai di strombazzanti motorini fino alla enorme Medersa risalente al XV secolo che conta ben 130 stanze per ospitare fino a 900 studenti: un meraviglioso esempio di architettura islamica finemente decorata con stucchi, mosaici di piastrelle ed elementi di cedro intagliato.  

E poi, ancora di corsa, un passaggio accanto alle Tombe Saadiane e una camminata rapida attraverso piazza Jemaa – el-Fna, verso il pranzo al ristorante che non resterà certo nei nostri migliori ricordi di questo viaggio in Marocco. 
Sicuramente Marrakech meritava di più. Ci siamo rifatti a cena presso l’albergo Palm Plaza con un ricco buffet in cui abbiamo trovato molti dei piatti tipici della cucina marocchina tra cui le merguez, salsicce speziate di carne di manzo, l’agnello con curcuma e cannella e i dolci datteri dei palmizi che circondano la città.

L’idea è quella di tornare a Marrakech per godere appieno dell’intensità che questa città sa regalare ai suoi visitatori catturandone i sensi, eccitandone la fantasia con i colori intensi, assalendone le narici con i profumi delle spezie, colpendone l’udito con i rumori continui. Senza dimenticare la luce, quella luce calda e liquida che accarezza le mura, le case, i palazzi, i giardini.

Foto dal web

A proposito di giardini la prossima volta in lista inseriremo senz’altro quelli di Menara, tra le zone verdi più famose della città, e anche la parte nuova e moderna di Marrakech, Guèliz, dove si trovano il Museo di Yves Saint Laurent e il Jardin Majorelle della villa che qui si fece realizzare nel 1924 il pittore francese Jacques Majorelle con esemplari di piante esotiche provenienti da tutto il mondo. Magari con una puntata in uno dei ristoranti più raffinati della città con piatti della tradizione marocchina come Shabi Shabi, o di derivazione francese come Le Petit Cornichon e La Maison Arabe, che fu negli anni ’40 dello scorso secolo il primo ristorante della Medina aperto agli stranieri come Ernest Hemingway, Jackie Kennedy, Rita Hayworth e Winston Churchill o, ancora, all’Amal Center, dove signore appartenenti all’omonima associazione no profit servono piatti tipici della cucina del Paese. 

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Rosalia
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