I colori e i profumi del vino in Emilia Romagna

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A ogni piatto l’Emilia Romagna abbina i colori e i profumi del suo vino. Ai sapori grassi dei salumi ben si addice il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro. Sul Parmigiano Reggiano “giovane” dal gusto piuttosto dolce, si può bere un più fresco Lambrusco di Sorbara, mentre quello stagionato, dal sapore forte e complesso, si accompagna a un Sangiovese di Romagna Riserva.

I vitigni autoctoni della regione

Il Lambrusco sebbene di origine antichissima, ha sempre stentato a essere conosciuto e apprezzato fuori dalla sua zona di produzione fino ai tempi del suo grande successo ottenuto negli Stati Uniti tra il 1970 e il 1980. Noi in questo breve tour che speriamo di bissare a breve, abbiamo imparato che non esiste un solo Lambrusco ma diversi tipi, ognuno con un proprio carattere organolettico e anche nella composizione, sia per la varietà dei vitigni da cui vengono ricavati che per le zone d’origine. 

La vite selvatica da cui provengono i vitigni attuali fu chiamata “lambrusca” dai Latini, ma era già nota agli Etruschi che ne ricavarono una bevanda aspra, poi celebrata anche da Plinio per le sue virtù medicinali. Viene prodotto nella zona compresa tra le province di Reggio Emilia e di Modena dove sono riunite tutte le quattro Denominazioni di Origine che lo caratterizzano: Lambrusco di Sorbara, Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, Lambrusco Salamino di Santa Croce e Reggiano. 

Se il Lambrusco è la bandiera dell’Emilia, il Sangiovese è quella della Romagna. Le prime notizie storiche di questo vitigno autoctono risalgono al Seicento. Verso la fine del XVIII secolo il vino rosso di Romagna divenne popolare come Sangiovese. Ma ci sono anche altri nettari, dal Gutturnio all’Albana, che rappresentano bene il territorio. Il primo è il vino rosso piacentino più conosciuto e le sue origini si associano a un famoso personaggio storico: Lucio Calpurnio Pisone, il suocero di Giulio Cesare come padre di Calpurnia, la terza moglie dell’imperatore. Il nome invece è più recente, gli fu dato dall’enologo Mario Prati e deriva dal ritrovamento di una grande coppa d’argento, il “gutturnium” sulle sponde piacentine del Po.

Nel 1939 per la prima volta comparve sull’etichetta di una bottiglia di vino e nel 1967 il Gutturnio diventa una delle prime Doc d’Italia che deriva dai due vitigni di produzione simbolo dell’area: Barbera e Croatina. Dove abbinarlo? Sicuramente a piatti “forti” di carne, dai bolliti agli arrosti, passando per brasati e carni alla griglia, ma nella sua versione con le bollicine va a nozze con formaggi e salumi.

Si cambia registro con l’Albana, ottenuto da un vitigno a bacca bianca che insieme al Sangiovese più rappresenta la Romagna. La caratteristica principale di questo vino dal colore dorato è la struttura ben bilanciata dalla freschezza e dalla presenza di tannini interessanti non scontanti in un bianco. Come intrigante è la leggenda che lo vuole legato alla bionda principessa bizantina Galla Placidia figlia dell’imperatore Teodosio che, assaggiando questo vino in una ciotola di terracotta, avrebbe suggerito di berlo in un contenitore in oro per rendergli il giusto omaggio.  

Bianco è anche lo Spergola, un antico e prezioso vitigno autoctono a bacca bianca coltivato nella provincia di Reggio Emilia, tra i territori di Scandiano e Canossa, che si distingue per freschezza e profumi floreali. Anche la storia di questo vino è legata a una nobildonna in quanto nell’XI secolo veniva prodotto nei possedimenti della Contessa Matilde di Canossa, viceregina d’Italia. E successivamente, nel XVI secolo, fu molto apprezzato dalla Granduchessa di Toscana Bianca Cappello, moglie di Francesco I de Medici, che nelle sue memorie di viaggio lo cita come il “buon vino fresco e frizzante” di Scandiano.

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Per finire, un altro bianco, il Pignoletto ottenuto da Grechetto Gentile in purezza che dona al vino una brillante tonalità di giallo paglierino con tenui riflessi dorati. A naso e in bocca si presenta con profumi di tiglio, gelsomino ed erbe aromatiche e con un gusto vivace secco e deciso dalle tipiche note amarognole. Da bere su pesce ma anche arrosti di carni bianche e formaggi di media stagionatura.   

Siamo andati a conoscere questi vini direttamente dove vengono prodotti, facendo visita alla Fattoria Moretto nelle aree collinari di Modena intorno a Castelvetro (Via Tiberia, 13/B – tel. +39 059 790183 – info@fattoriamoretto.it) e alla Cantina Albinea Canali di Reggio Emilia (Via A. Tassoni, 213 – Canali – tel. +39 0522 569505 – info@albineacanali.it).

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La prima è una piccola realtà biologica a conduzione familiare fondata nel 1971 nella quale si produce Lambrusco Grasparossa di Castelvetro da tre generazioni seguendo la stessa filosofia da sempre, quella delle piccole rese a favore dell’alta qualità.

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La seconda cantina è nata nel 1936 come progetto di collaborazione tra vignaioli nella zona di Canali in prossimità di Reggio Emilia dove vengono coltivati vitigni autoctoni di carattere come il Salamino, la Lancellotta e il Grasparossa che sono alla base del vino più iconico di Albinea Canali, Ottocentonero, un Lambrusco pieno e piacevolmente fresco. Lambrusco amabile a base di Grasparossa e Malbo Gentile, altro vitigno autoctono emiliano, è il Codarossa, perfetto vino da dessert che accompagna perfettamente il fine pasto. 

Interessanti lo spumante pas dosé ottenuto da uve Spergola, dal gusto pieno, morbido ed elegante chiamato Stellato, e Ottocentorosa, la bollicina spumante rosé prodotta con Lambrusco Sorbara e Grasparossa dalla spuma chiara e soffice e il perlage ricco e persistente. Una scommessa, riuscita, lo Spergola Metodo Classico Dosaggio Zero frutto di uve raccolte rigorosamente a mano e di mosto fiore lavorato in cantina e poi lasciato riposare sui lieviti 18 mesi: le bollicine ideali per brindare alle ricchezze di questa regione che non smette mai di sorprendere!  

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