Intorno a Carovigno si estende un vero e proprio parco archeologico di alberi viventi, più antichi degli edifici e dei monumenti che sorgono in paese. Sono gli olivi secolari, dai magnifici tronchi e dalle chiome imponenti, purtroppo oggi sempre più minacciati dall’avanzare della Xylella Fastidiosa, un batterio che dal basso Salento sta risalendo verso la penisola pugliese provocando il disseccamento delle piante anche centenarie.

Gli olivi, il mare, la Riserva di Torre Guaceto e la ‘Nzegna

Da questa verde distesa al mare azzurro e trasparente della costa si arriva in un attimo. E già da lontano si scorgono i profili delle torri costiere costruite a difesa del territorio dalla minaccia saracena.

La Torre di Santa Sabina ha pianta stellare e forma ottagonale ed è attualmente di proprietà privata, ma molto interessante è il territorio circostante: riferibili all’Età del Bronzo sono le numerose buche da palo che si incontrano passeggiando sugli scogli verso la spiaggia di Mezzaluna, mentre sotto il pelo dell’acqua relitti di una certa importanza danno indicazioni sulla posizione strategica dell’approdo e sulla storia commerciale della città direttamente collegata con le coste greche.

L’altra, Torre Guaceto, ha forma quadrata ed è l’unica opera dell’uomo presente nell’Area Marina Protetta e Riserva Naturale Statale, un prezioso tratto di costa incontaminato che si estende tra i territori di Carovigno e di Brindisi.

Il nome di questa zona deriva dalla parola araba al Gawsit che significa luogo dell’acqua dolce e reperti risalenti all’età del Bronzo ci fanno capire che fosse abitata già in epoca preistorica. Del resto in una regione in cui non esistono grossi corsi d’acqua superficiali e perciò definita dal poeta latino Orazio Siticulosa Apulia, l’acqua è stata sempre considerata un elemento molto prezioso, soprattutto in quelle aree definite “zone umide”, quegli ambienti naturali caratterizzati dalla copresenza di terreno e acqua, che rappresentano una delle tipologie di habitat più importanti per la conservazione della biodiversità.

Tra i tesori dell’oasi naturalistica di Torre Guaceto, un posto d’onore lo meritano le centinaia di uccelli attratti dalla grande disponibilità di cibo presente. I più rappresentativi sono i gheppi o falchi di palude, ma ci sono anche storni e rondini in quantità, che utilizzano questo particolare habitat solo di notte per riposare. Un frequentatore di queste paludi è anche il raro tarabuso, mentre altri uccelli palustri come folaga e tuffetto costruiscono nidi ancorati alle piante.

Durante la nostra passeggiata accompagnati da Giovanni Lamacchia guida Naturalistica della Cooperativa Thalassia, abbiamo avuto modo di avvistare un indaffarato Cavaliere d’Italia, che con il suo becco lungo e acuminato cercava cibo tra sabbia e terriccio inumiditi ai bordi del canale, un elegante airone cinerino e diverse anatre, ottime nuotatrici con zampe palmate e piumaggio idrorepellente: fischioni, germani reali e marzaiole. Mentre in volo radente sull’acqua si distinguevano le garzette con la loro inconfondibile livrea bianca e il becco e le zampe neri.

Camminando piano lungo i corsi d’acqua, appena al di là delle dune tra le quali occhieggia il mare, si odono continui fruscii fra i canneti. Avvicinandosi, salti e tonfi segnalano la presenza di rospi e rane. In tutto il tragitto si respira il vento che porta l’odore del mare vicino, ma si avvertono anche i profumi intensi della macchia mediterranea: ginepro, lentisco, mirto, cisto, ginestra.

In lontananza spicca la bianca torre costiera che dà il nome alla riserva e che fa parte di quel sistema di avvistamento voluto nella prima metà del 1500 dal vicerè don Pedro di Toledo, durante il regno di Carlo V, per sorvegliare i litorali più esposti alle incursioni nemiche.

L’azzurro del mare si confonde con quello del cielo mentre ci avviciniamo al centro recupero tartarughe marine Luigi Cantoro, nato tre anni fa per curare queste creature ferite dalle eliche delle imbarcazioni come la grande testuggine Caretta caretta purtroppo diventata cieca per un’infezione, o impigliate nelle reti dei pescatori o in sofferenza per temperature troppo rigide come i due piccoli esemplari più ospiti in vasche separate.

Tornando verso Carovigno, nelle campagne circostanti sorge il Santuario della Madonna del Belvedere, che comprende la chiesa superiore svettante su un colle verdeggiante di olivi e un sistema di grotte naturali su due diversi livelli.

Una ripida scalinata di 31 gradini conduce a circa venti metri di profondità nella grotta inferiore in cui si trova un altare barocco al di sopra del quale è affrescata una Vergine col Bambinello e l’uccellino, probabilmente la stessa che secondo la leggenda fu trovata da un pastore che chiedeva aiuto per liberare una giovenca caduta in un roveto e apparsa in sogno a un signore paralitico di Conversano che fu guarito all’istante una volta giunto al suo cospetto. Per gratitudine l’uomo acquistò la vacca e la donò ai Carovignesi che vennero richiamati dallo stesso pastore che agitava e lanciava in aria il suo bastone con legato un drappo multicolore.

Da allora e ininterrottamente il lancio del drappo colorato al cielo è un atto di preghiera, che si celebra con la ‘Nzegna, parola che significa bandiera e deriva dal francese enseigne.

La statua della Madonna, portata in corteo da centinaia di figuranti, “assiste” alle evoluzioni dei due battitori, appartenenti alla famiglia Carlucci, che da generazioni le ripropongono il lunedì, il martedì e il sabato successivi alla Pasqua.

Resta da aggiungere che è stato proprio emozionante per noi sentire il nome di Conversano durante il racconto che precede lo spettacolo, nel quale ci siamo sentiti un po’ protagonisti anche noi come concittadini di quel signorotto a cui si deve l’inizio della sentita tradizione.

Carovigno viene chiamata la “città della ‘Nzegna” a sottolineare oltre alla grande devozione alla Madonna, dato che si tratta di una delle poche insegne mariane prevenute dal Medioevo con un rilevante valore di documento di pace ecumenica tra Greci e Latini, anche la bravura dei suoi sbandieratori riconosciuti tra i migliori d’Italia.

Il movimento mette fame. Non potete sbagliare seguendo il profumo del pane ancora cotto nel forno alimentato con legna d’ulivo: lo trovate al panificio Lu Scattusu, all’interno della Torre della Gironda, che da tre generazioni prepara ogni giorno, oltre al pane con lievito madre, taralli, frise e focacce.
Dopo è tempo per il riposo e ci si dirige nuovamente verso la campagna per goderne la tranquillità nelle ampie camere immerse nel verde della Masseria Caselli.

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