Emozione al museo: le gioie semplici del tempo di Gino Bartali

Oggi parla per noiEmozione al museo: le gioie semplici del tempo di Gino Bartali
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Le gioie semplici del tempo di Gino Bartali. A #oggiparlapernoi Patrizia di Italia Città d’Arte ci racconta della visita al museo fiorentino del ciclismo intitolato al grande campione toscano “imperiale atleta di un’epoca burrascosa” come lo immortala la poesia L’aquila di Ponte a Ema.

Al museo del ciclismo Gino Bartali

“127 vittorie, 3 Giri d’italia, 2 Tour de France, 4 Milano-Sanremo, 3 Giri di Svizzera, 3 Giri di Lombardia, scusate se è poco!”.
Quando qualcuno è vissuto in modo da farsi ricordare così intensamente io non lo definirei un mito ma una storia vera da cui prendere esempio. Sono grata che Andrea Bresci, figura ben nota negli ambienti sportivi nonché amico di Gino, abbia voluto il museo, perché fino a ieri io di Bartali avevo solo sentito parlare; ora invece sono potuta entrare nel vivo della sua storia, che sento appartiene in qualche modo anche a me.
Arrivo qui attratta dal nome Bartali ma capisco subito che il protagonista è soprattutto il suo mondo. Gino è comunque il padrone di casa, perché era nato proprio a pochi metri dal punto di questo sud di Firenze, a Ponte a Ema, dove spariscono i palazzoni rinascimentali e la natura si riprende i suoi spazi.

Arrivo col 32 che si ferma proprio davanti, e devo fare attenzione ad attraversare per via del discreto viavai in entrambe le direzioni. Il museo non si affaccia su una piazza ma sorge al lato di una strada di periferia. Nonostante lo spazio ristretto, la sensazione una volta entrata è che lo stesso si allarghi.
L’androne è piccolo, ma già pieno di reperti e ricordi su quadro. Foto, qualche dipinto, e (naturalmente) tante bici. Persino un triciclo talmente mini che al massimo ci può salire un bimbo di un anno.

Si sale la scala che porta al salone principale, coperto dall’architettura circolare esterna.
In alto due ritratti, quello a sinistra è sicuramente Fausto Coppi, l’amico che la stampa descrisse come suo rivale. In effetti i due erano abbastanza diversi. Cattolico uno, l’altro no. Carattere spigoloso il Gino, più accondiscendente il Fausto. Mah… così si diceva.
Ad ogni angolo sono collocate bici di tanti decenni fa con cenni sull’evoluzione del mezzo, qualche nome di chi contribuì alla sua realizzazione e poi ne migliorò sempre più le caratteristiche per agevolare l’impresa dei ciclisti durante le gare.

C’è anche un esemplare della ben nota bici colla ruota anteriore gigante, e finalmente capisco che era per aumentare la velocità, con i pedali proprio al centro della stessa.
Rimango però con una domanda in sospeso: come facevano a salirci sopra (e a scendere)? Non vedo nemmeno una leva per appoggiarla…
La grande sala ospita una collezione di maglie rosa e di squadra, altre biciclette con qualche spiegazione di migliorie apportate nel tempo, per esempio per agevolare le salite, stampe di giornali dell’epoca con titoli di vittorie, pezzi di ricambio, e persino in una saletta vicina, la sorpresa dell’uso che per tanti decenni si è fatto della bicicletta.
Dico sorpresa perché mi potevo aspettare la bici delle poste, ma non certo quella da pompiere!

Ve lo ricordate Ladri di biciclette il film di De Sica? Per il protagonista era un mezzo imprescindibile per poter lavorare.
Quella del calzolaio serviva per raggiungere le famiglie fuori città o nelle campagne che in epoche remote passavano le scarpe di figlio in figlio e perciò avevano sempre bisogno di riparazioni e manutenzioni. Tempi di non consumismo: tutto si riparava per poter continuare a utilizzarlo.
Quella dell’arrotino poi era quasi l’equivalente di un furgone odierno, con tanto di sistema per pedalare da fermo e far girare la mola per affilare coltelli e simili.

Ci sono anche informazioni su altre glorie del pedale originarie di queste e altre zone, nomi come Learco Guerra, Sante Ranucci, Enzo Sacchi, Roberto Poggiali, e persino Giuliano Calore, campione mondiale di ciclismo estremo che si esibisce su una bici senza manubrio.
Ce n’è persino una disegnata per appoggiarsi completamente in avanti, copiata nella forma da un certo insetto, perché chi l’ha progettata era convinto che un giorno questo mezzo avrebbe volato.
Infine, in un angolo seminascosto da un bancone (Gino forse avrebbe voluto così, e a me spuntano le lacrime) due pannelli ricostruiscono il contributo che Bartali diede per aiutare tanti ebrei a salvarsi dalla deportazione, e che culminò, a seguito di numerose testimonianze, con il riconoscimento da parte dello Stato di Israele di Giusto fra le nazioni. Bartali all’epoca era già famoso ed era quindi impegnato in allenamenti lunghi. Spostandosi da una città all’altra, nascondeva documenti falsi nella bici, correndo rischi altissimi. Lui però non solo lo fece, ma non ne parlava.
Certe medaglie – parole sue – si appendono all’anima.

Io non sono mai stata una sportiva. Negli anni di liceo seguivo la Formula 1, impressionata dal fatale incidente a Villeneuve. Una volta ho guardato una partita della Juve. Nei miei ultimi anni a Torino ho trottolato un po’ dietro al pattinaggio. Ma tutto lì. Ciclismo zero. E’ però verissimo che lo sport insegna a vivere.
Gli sponsor trattano affari, mentre per te che pedali vale tutto il resto, e parecchio di più.
I sogni, un senso, passione. Son quelli che ti fanno affrontare le salite dure, e ti danno la spinta per voler superare gli ostacoli per vincere il freddo e il dolore e poi magari anche la gara.
Guardando le foto di Bartali giovane mi si stringe il cuore. Ci vedo segni di un mondo che non era ancora caduto nel vortice dell’effimero, e mi riempie di fierezza che i protagonisti siano stati proprio italiani. Improvvisamente vedo la bicicletta come uno strumento di gioia semplice.

Mi sento trasportare insieme a loro in questa stessa passione, specie in questa mia età matura in cui ormai mi interessa tutto, perché da tutto si può imparare, e se si può imparare, la vita non finisce davvero mai.
Esco con in cuore un misto di meraviglia e di rimpianto. No, non per i tempi, che non furono affatto bei. Per quel vivere che trovava linfa in gioie pulite. Gino era nato qui, e poi era diventato un famoso, non però attraverso uno schermo, ma vicino a persone che lo hanno conosciuto.

Scendo dalla scala e mi ritrovo subito in strada alla fermata del bus. Mi passano davanti due ciclisti in allenamento. Dopo un po’ altri quattro.
L’emozione riprende.
Gino era “un uomo sincero, profondamente credente, ricco della grande simpatia toscana. Capitano sempre pronto sulle strada della battaglia – guerriero coriaceo senza mai una flessione – Tecnica, grinta, fantasia, cuore – Un personaggio che mancherà per sempre al ciclismo”.
Vero. Ma la leggenda continua.

www.ciclomuseo-bartali.it

Patrizia Zampieri

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