Barile è un piccolo borgo che sorge sulle sponde di un profondo vallone sul territorio collinare del Vulture. L’area del Vulture comprende i terreni vulcanici a nord ovest della Basilicata dove i vigneti si alternano agli oliveti. In questa zona dal grande fascino paesaggistico, appaiono come perle di una grande collana i borghi di Melfi, Venosa, Rionero e Barile, in cui sono quasi nascosti tesori d’arte che testimoniano un passato glorioso.

Le tracce della tradizione arbëreshë
A Barile questo passato è rappresentato dalle tracce profonde e vivissime lasciate dalla tradizione arbëreshë. A cominciare dal nome del paese che richiama il tradizionale contenitore per la conservazione del vino. Questo legame è confermato anche dallo stemma comunale sul quale sono raffigurati un barile tra due abeti e un grappolo d’uva.

In questo piccolo borgo lucano la comunità non ha mai dimenticato le proprie radici, conservando lingua, riti e cucina. E a proposito di gastronomia una grande festa è dedicata al Tumact me Tulez, il piatto tipico protagonista insieme al vino del Festival dell’Aglianico e dei Prodotti Tipici, giunto quest’anno alla sua trentesima edizione e svoltosi il 3 e 4 ottobre scorso. Il nome della specialità gastronomica tradotto dall’arbëreshë significa tagliatelle con mollica di pane fritta. A completare il piatto, tramandato di generazione in generazione, anche sugo di pomodoro profumato d’aglio, alici, prezzemolo e granella di noci. Mai sentito nominare e mai assaggiato prima, ha un gusto definito da ingredienti che si amalgamano alla perfezione creando un piatto semplice ma piacevole.
Aglianico del Vulture e prodotti tipici
Protagonisti del Festival, insieme alla pasta dalle antiche origini albanesi, l’Aglianico, il vino rosso considerato il re della viticoltura lucana dal carattere deciso e allo stesso tempo nobile, e i prodotti tipici come le castagne qui chiamate varole. Il vino fu importato su queste terre vulcaniche dai Greci intorno al VII-VIII secolo a.C. e inizialmente fu definito Ellenico. Divenne Aglianico alla fine del XV secolo al tempo del dominio degli Aragona nel Regno di Napoli. Nel Vulture si esprime come un vino vigoroso e profumato riconosciuto come DOC nel 1971. Tornando al Tumact Me Tulez, si tramanda da ben cinque secoli in quanto giunse a Barile insieme agli albanesi arrivati qui a partire dal 1477.
La storia delle origini
In realtà il Vulture era frequentato dagli albanesi già in precedenza, quando il condottiero epirota Giorgio Castriota Skanderbeg inviò le sue truppe a sostegno del tentativo di Giovanni d’Angiò di riconquistare il Regno di Napoli agli aragonesi. Le comunità albanesi si stabilirono in parte a Melfi nel quartiere Chiuchiari e in parte nei casali di Maschito e di Barile. Successivamente, dopo la caduta di Scutari in mano ai turchi di Solimano il Magnifico, a Barile giunse un gruppo più numeroso. Una seconda immigrazione di albanesi di origine greca avvenne nel 1532 quando l’imperatore Carlo V d’Asburgo decise di ripopolare la zona del Vulture decimata dalla sanguinosa guerra contro i francesi di Carlo di Valois, terminata con l’eccidio di Melfi del 1528. La comunità di Barile si accrebbe ulteriormente alla fine del 1500 quando alcune famiglie furono scacciate da Melfi e accolte dalla comunità arbëreshë che già abitava il borgo.
La storia del paese è legata anche alle famiglie dei Caracciolo e dei Carafa, nonché a esponenti del brigantaggio post unitario, come i banditi Michele Volonnino e Teodoro Gioseffi, detto Caporal Teodoro, protagonisti di sanguinosi episodi di violenza con le bande di Carmine Crocco.


La Via Crucis del Venerdì Santo
Oggi Barile è un tranquillo e piccolo borgo lucano che si anima durante feste di paese come quella dedicata al Tumact Me Tulez. Ma anche per la Via Crucis del Venerdì Santo, la più antica processione in Basilicata risalente al XVII secolo e considerata un “unicum” in quanto perfetta espressione della fusione tra tradizione religiosa e retaggio albanese. Testimonianza di ciò è la presenza di personaggi particolari quali la Zingara e la Zingarella, sui cui vestiti viene cucito l’oro raccolto dalle famiglie del paese, e il Moro e il Moretto, che richiamano i Turchi e il trauma storico che costrinse gli antenati arbëreshë alla fuga. Un altro valido motivo per tornare a Barile!

Le radici albanesi vengono mantenute anche nei nomi delle strade e delle chiese in doppia lingua nel centro del paese. Qui spicca la Fontana dello Steccato costruita nel 1713 e caratterizzata dai tre mascheroni da cui sgorga l’acqua e un’icona della Madonna di Costantinopoli.

La collina Sheshë e il set di Pasolini
Sempre gli albanesi introdussero l’uso di scavare le cantine nel tufo. Queste 131 grotte furono in principio utilizzate come rifugio. Successivamente per stivare il vino che vi matura in condizioni microclimatiche uniche. Attualmente costituiscono il Parco urbano delle Cantine che sforacchiano la collina Sheshë, nome albanese che indicava la piazza del villaggio nel XV secolo.
In questo luogo suggestivo e ancora oggi come sospeso nel tempo Pier Paolo Pasolini girò nel 1964 alcune scene del film “Il Vangelo secondo Matteo”, tra cui la Natività, la Strage degli Innocenti, l’Adorazione dei Re Magi e la Fuga in Egitto. Oggi sono le fotografie di Angelo Novi a dare vita a un percorso fotografico site-specific, che ripropone quei momenti vissuti allora dalla gente del borgo. Allo stesso tempo le immagini guidano il visitatore nei luoghi in cui il regista ambientò le scene, che non appaiono molto cambiati rispetto a oggi.

















