Emigrazione e memoria: questi i temi centrali del Museo dell’Emigrazione Lucana che ha sede nelle sale del Castello di Federico II a Lagopesole in provincia di Potenza. Salire al primo piano del maniero significa fare un salto nel tempo, tra la fine del 1800 e il 1900, quando intere famiglie, spinte dalla fame o dal sogno di una vita migliore al di là dell’Oceano, emigravano alla volta di New York, Montevideo o Buenos Aires.
Visita al Museo dell’Emigrazione Lucana

Il percorso multimediale, sviluppato in collaborazione con il Centro dei Lucani nel Mondo “Nino Calice”, immerge completamente il visitatore nell’epoca tanto da fargli ripercorrere tappa dopo tappa il viaggio di chi decideva di emigrare, a partire dal rilascio del passaporto che viene materialmente consegnato all’inizio e che consente di rivivere emozioni alla scoperta di un passato non troppo lontano.

Il caso ha voluto che i nostri passaporti fossero intestati a Michele e Rosa che alla fine del 1800 partirono da Rionero in Vulture su un carretto trainato da un cavallo che li condusse in stazione a prendere il treno per Napoli. E da lì si imbarcarono su uno dei tanti piroscafi che effettuavano la rotta per le Americhe. In cerca di fortuna e di una vita migliore dopo aver salutato parenti e amici che probabilmente non avrebbero più rivisto, come tanti lucani e non solo, dato che il fenomeno dell’emigrazione fino alla metà del XX secolo ha coinvolto circa 30 milioni di italiani, dei quali solo un terzo è ritornato nella patria d’origine.


E molti non riuscivano nemmeno ad arrivarci negli States, in Argentina o in Uruguay, per le precarie condizioni igienico-sanitarie a bordo. La traversata poteva durare anche un mese intero e spesso sulle navi scoppiavano epidemie che le trasformavano in focolai di infezione, decimavano gli imbarcati e non consentivano a chi sopravviveva di sbarcare nelle terre promesse: venivano ricacciati indietro ad affrontare il viaggio a ritroso spesso senza ritorno. Molti erano anche gli incidenti in mare: tra i più famosi quello del Titanic, ma purtroppo non fu l’unico. E non andava molto meglio a chi riusciva, dopo aver superato l’umiliante filtro dell’ufficio immigrazione di Ellis Island a New York o dell’Hotel de Los Immigrantes a Buenos Aires, a ottenere un lavoro, molto spesso mal pagato. Tragedie come quella di Marcinelle nelle miniere del Belgio e dell’incendio in una fabbrica americana dove perirono molte donne italiane erano piuttosto frequenti.

Alle visite mediche seguiva una visita psico-attitudinale: spesso veniva utilizzato il metodo di ricomporre una fotografia. Noi ci abbiamo provato con un’attitudine completamente diversa da quella di chi era frastornato da un viaggio sfiancante. Per cui non è stato difficile, ma ci siamo immedesimati in Michele e Rosa che arrivano in terra straniera e devono ricostruire un puzzle e rispondere a domande che vengono fatte loro in una lingua incomprensibile con la paura di non superare i controlli, che possono durare anche tre giorni in cella. E chi viene marchiato con una X sui vestiti è rimandato indietro senza tanti complimenti.

Nella Sala degli Armigeri ci sono stele trasparenti che ricordano le tante storie di emigrazione lucana. Alcune hanno risvolti positivi e riguardano persone che hanno studiato e che hanno voluto emigrare non per fame ma per non tornare nei paesi d’origine che avevano poco da offrire e in America, del Nord o del Sud, hanno fatto fortuna. Tanti sono anche tornati indietro, ma i più sono rimasti portando con loro le tradizioni, le feste popolari, i piatti di famiglia.
L’ultima sala, dopo la fotografia di rito come emigranti della fine del 1800, racconta la vita di chi è rimasto e dei loro discendenti attraverso video, microfoni che riproducono voci che recitano poesie e filastrocche e cartoline che riportano le ricette locali, rivisitate nei nomi degli ingredienti.

A questo punto sul tema dell’emigrazione si innesta quello della memoria. E anche se la Puglia è una delle regioni che meno ha sofferto questo fenomeno pure dalle nostre terre ci sono state partenze. Così ho ricordato ciò che mi raccontava mia nonna su una parte della famiglia paterna, parlando di sua cognata, sorella del marito, che qualche anno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1948, insieme alla sua famiglia si trasferì in Argentina. Il marito aveva un lavoro fisso e ben retribuito ed erano benestanti ma vollero tentare la fortuna oltre oceano solleticati dal sogno americano. Partirono da Napoli insieme ai 4 figli, dai 10 anni agli 8 mesi, alla volta di Buenos Aires. Arrivati lì però l’integrazione non fu facile, il lavoro non c’era, la loro casa era modesta e con il pavimento in terra battuta: uno stile di vita molto diverso da quello che avevano lasciato in Italia. Un parente, uno dei tanti italiani che si era trasferito qualche anno prima facendo dell’Argentina una tra le destinazioni preferite della nostra emigrazione, li aiutò mettendo a loro disposizione un carro e un cavallo con cui vendevano frutta in giro.

Successivamente aprirono una bottega ma i figli non proseguirono gli studi: i due maschi aprirono un’officina e le due ragazze si accasarono. Non tornarono mai più in Italia, forse per non ammettere che il loro progetto di trasferimento non aveva migliorato la loro vita: non erano stati costretti ad emigrare come era successo a tanti, ma avevano voluto inseguire una chimera pensando a un Eldorado che non esisteva. Sono poi venuti i figli e i nipoti a conoscere il loro luogo di origine, quella terra da cui i genitori e i nonni erano partiti intraprendendo un viaggio avventuroso, senza garanzie e fortemente disagiato verso un Paese sconosciuto e sconfinato.
L’ingresso al Museo dell’Emigrazione Lucana è gratuito. Tutte le info su orari e giorni di apertura sul sito museoemigrazionelucana.regione.basilicata.it











