Melfi e il suo castello, simbolo della città

FuoriportaMelfi e il suo castello, simbolo della città
spot_imgspot_imgspot_img

 

Il castello di Melfi: lo abbiamo sempre ammirato da lontano nella sua imponenza di severo guardiano della città adagiata su un colle vulcanico nella parte settentrionale del Vulture. Finalmente quest’anno abbiamo messo in agenda la visita a quella che fu la capitale dei Normanni del Sud prima che fosse scelta Palermo e al suo castello che fu residenza di Federico II che proprio Melfi scelse per redarre nel 1231 insieme a Pier delle Vigne le Costituzioni Liber Augustalis, il primo vero e proprio testo di leggi scritte che disciplinavano tanto la materia civile quanto quella penale nel Medioevo.

Dalle sale del castello alle vie del borgo

Avvicinandosi alla cittadina che si arrampica intorno al castello, diventa sempre più imponente alla vista il maniero, quasi un’enorme corona di pietra poggiata su questa porzione del territorio. La costruzione di quello che è considerato il simbolo di Melfi fu voluta da Roberto il Guiscardo. Si racconta che Roberto il Guiscardo vi confinò la prima moglie Alberada, ripudiata per sposare Sichelgaita, sorella del principe di Salerno. Qui si svolsero quattro concili papali tra 1059 e 1101 e vi fu bandita la prima crociata nel 1089.

Dopo l’età normanna venne ampliato da Federico II di Svevia che vi edificò la cosiddetta “torre dell’imperatore”. Nel 1232 vi ospitò il marchese di Monferrato e sua nipote Bianca Lancia, che si dice sia stata l’unica donna che amò e dalla quale ebbe il figlio Manfredi: proprio a Melfi si compì parte della storia degli eredi dell’imperatore nei pochi anni di sopravvivenza della dinastia.

Le modifiche successive si devono agli Angioini e agli Aragonesi: nuove torri furono aggiunte da Carlo I d’Angiò,  che nel 1284 lo assegnò come residenza ufficiale a sua moglie Maria d’Ungheria. In seguito venne rimaneggiato anche dai Caracciolo e dai Doria. L’attuale forma di cittadella fortificata, inespugnabile e dalle tante torri, si deve a secolari stratificazioni che hanno trasformato il primitivo impianto normanno. Inizialmente la fortezza era a pianta rettangolare con quattro torrioni quadrati agli angoli.  Successivamente, con le modifiche apportate da Giovanni II Caracciolo e dalla famiglia Doria che ricevette il feudo nel 1531 da Carlo V e lo ha tenuto fino al 1952 quando fu ceduto allo Stato italiano, divenne un’imponente fortezza difesa da un fossato su tre lati e da una cinta fortificata in cui dieci torri, sette rettangolari e tre pentagonali, facevano da sentinelle.

In origine gli ingressi erano quattro, ma oggi si entra soltanto da quello aperto dai Doria a cui si accede da un ponte che un tempo era levatoio. Sulla destra la torre pentagonale dell’orologio su cui spicca un quadrante molto particolare: è infatti basato sul sistema orario tradizionale italiano a sei ore con un’unica lancetta, vigente fino alla riforma di Napoleone che impose anche in Italia ai primi dell’800 quello francese.   

Oltrepassato l’imponente portone si entra nel cortile principale su cui si affacciano il palazzo baronale e la cappella gentilizia dei Doria. Nelle sale al piano terra è ospitato il Museo Archeologico Nazionale del Melfese “Massimo Pallottino”, che custodisce l’importante documentazione archeologica rinvenuta nell’area.

Tra i tesori più rilevanti c’è lo splendido Sarcofago di Rapolla, ritrovato nel 1856 e chiamato così perché un tempo collocato nella piazza principale della cittadina del Vulture. Si tratta di una delle più importanti testimonianze di arte di scuola asiatica risalente al II secolo d.C.: la cassa in candido marmo riproduce un tempietto, nelle cui nicchie e archi sono raffigurati dei ed eroi, mentre sul coperchio giace la figura della misteriosa defunta. Nella stessa sala c’è il Sarcofago di Atella, eccezionale opera di epoca romana.

Questi imponenti manufatti sono solo un assaggio di ciò che è conservato nel museo che si snoda nel castello a partire dalla Sala del Trono: nelle teche corredi funerari di guerrieri e principesse provenienti da Lavello, Banzi, Ripacandida e Ruvo del Monte, ceramiche e sarcofagi di età classica e di età romana.

E molti esemplari di grande pregio come i bronzi lavorati di elmi, corazze, cinturoni, armature intere e parti di carri, i vasi di ceramica a figure rosse di manifattura magnogreca e i preziosi reperti canosini policromi esposti nelle sei sale rosse del museo. Tra questi l’Askos a tre bocche definito Catarinella su cui è rappresentata l’immagine della cerimonia di un funerale che richiama tradizioni diverse, il grande piatto da pesce a figure rosse e un rhyton modellato a testa di cavallo.

In netto contrasto con i reperti esposti nelle grandi teche in vetro spicca la sala con alcuni dei quadri seicenteschi appartenuti ai Doria ritraenti scene di caccia e una grande tela raffigurante il territorio melfese.
L’ultima tappa della visita al castello è la cappella della nobile famiglia dove protagonisti sono una crocifissione di scuola fiamminga del tardo Cinquecento e una statua  di San Sebastiano di Giovanni da Nola trasferita a Matera nel 1973 e tornata a Melfi lo scorso anno.

Melfi

Nel centro cittadino sorge la cattedrale fatta edificare, come il castello, da Roberto il Guiscardo. Il bel campanile normanno che la affianca risale al 1153 e fu realizzato da Noslo di Remerio. La chiesa ha subito varie ricostruzioni a causa dei molti terremoti che hanno interessato l’area del Vulture. Il più importante intervento di  restauro avvenne nel 1723, dopo che il sisma del 1694 le arrecò gravi danni. Il vescovo dell’epoca, Antonio Spinelli, la modificò radicalmente conferendole un aspetto barocco negli arredi lignei, mentre il soffitto a cassettoni è settecentesco. Nella cattedrale c’è anche un pizzico di Conversano: sul fondo dell’abside troneggia un importante organo voluto dal vescovo Giovanni Vincenzo Acquaviva d’Aragona, figlio di Andrea Matteo III duca di Atri e conte di Conversano e Caserta, che nel 1537 fu destinato alla diocesi di Melfi e Rapolla prima di essere elevato al rango di cardinale da Papa Paolo III nel 1542.

Passeggiando per le strade del borgo si incontrano statue in bronzo a grandezza naturale parte di una installazione artistica che richiama l’attenzione di chi visita Melfi riportando indietro la memoria a quando la vita si svolgeva per strada a cominciare dai giochi dei bimbi.

Melfi

Atmosfera diversa e ancor più suggestiva quella che ci ha sorpreso all’uscita dal castello prima di tornare a casa. Una fitta nebbia ammantando il maniero ci ha regalato il brivido di vivere una scena tratta dal film “Il nome della rosa” e aguzzando la vista abbiamo cercato di vedere tra le ombre i sai di Guglielmo da Baskerville e del novizio Adso.  

Scopri Bibibau con noi

Rosalia
Rosalia
This travel blog with the dog is a personal selection of our best experiences, our favorite spots and secrets places around the world curated by Rosalia e Michele.

ARTICOLI CORRELATI

Scopri Bibibau con noi

Scopri i prodotti Mediterrah

ULTIMI ARTICOLI

IJO’ Design: a spalle coperte

IJO’ Design è un brand salentino che fa realizzare artigianalmente mantelle, scialli e stole,...

Belle storie di penna

La penna è per me un fondamentale strumento di lavoro, perché da sempre preferisco...

Moskardin: appunti di viaggio

Moskardin è il nome di un elegante quaderno di viaggio di produzione artigianale e...

Recycle: l’arte del riciclo per i bijoux

Quando si va in vacanza si ha voglia di portare con sé qualche accessorio...

Comments

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here