arcimboldo

Ad accoglierci, nelle sale della mostra a lui dedicata a Palazzo Barberini a Roma, è l’Autoritratto cartaceo di Giuseppe Arcimboldo, pittore milanese esponente del manierismo internazionale, famoso per le sue grottesche “teste composte”.

La mostra è un’occasione unica per calarsi nell’atmosfera dell’epoca e ricostruire in toto il percorso di un artista poliedrico, la cui fonte di ispirazione è stata sicuramente il genio di Leonardo, con i suoi studi di fisiognomica e i suoi interessi naturalistici, ma la cui estrosità si è incrementata nel tempo, grazie a differenti esperienze artistiche, vissute nelle corti asburgiche a partire dal 1562, prima a Vienna con Massimiliano II e poi a Praga con Rodolfo II.

Per la prima volta nella Capitale, si possono ammirare una ventina di capolavori autografi, disegni e dipinti di Arcimboldo, provenienti da Basilea, Denver, Houston, Monaco di Baviera, Stoccolma, Vienna e Como, Cremona, Firenze, Genova, Milano, il che spiega il valore intrinseco dell’esposizione, una delle poche in Italia; dal momento che è evidente la complessità nell’ottenere i prestiti delle opere.

L’organizzazione è affidata alle Gallerie Nazionali di Arte Antica e a Mondo Mostre Skira, mentre la cura è di Sylvia Ferino-Pagden, già Direttore della Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum di Vienna e fra le massime studiose dell’artista. Si viene subito introdotti nell’ambiente milanese in cui opera Arcimboldo, che muove i primi passi nella bottega paterna e viene impegnato nel disegno di cartoni, raffiguranti le storie di Santa Caterina d’Alessandria, che dovevano servire alla realizzazione delle vetrate del Duomo di Milano. Nella stessa sala campeggia l’arazzo proveniente dal Duomo di Como, su disegno del l’Arcimboldo, raffigurante una Dormitio virginis. E altrettanto interessanti sono una sua lettera autografa con disegni; bozzetti ed acquarelli per costumi e coreografie di tornei, feste di corte e spettacoli teatrali.

Lo spazio clou dell’esposizione è un allestimento a forma di ottagono che ospita i dipinti più noti, di cui l’artista realizzerà diverse versioni, ovvero le “teste composte”, fantasiose allegorie delle quattro stagioni che sembra dialogare con i quattro elementi. Potendoci soffermare solo su alcuni di essi, si può notare come la rappresentazione dell’Estate, oltre alla miriade di frutti abbastanza comuni e noti per l’epoca, è composta anche da una inedita pannocchia di granoturco di origine americana e da una melanzana, proveniente dall’Oriente; mentre la firma fa capolino sul collo di una este di spighe di grano. L’Inverno è “composto” da un vecchio albero, dalla corteccia rugosa, con la capigliatura d’edera e una bocca formata da un doppio fungo. La capigliatura sembra richiamare il motivo leonardesco della sala della Asse a Milano.

Ogni opera, molto articolata, lascia aperti diversi livelli di lettura, tra i quali anche quella di una sorta di propaganda del casato asburgico. E sicuramente alcuni fra questi sono da intendersi come dipinti che esaltano il potere della casa d’Austria: lo evidenziano molti dettagli, quali l’aquila e il pavone asburgico nella raffigurazione dell’Aria o l’aquila bicipite e il collare dell’Ordine cavalleresco del Toson d’oro nell’Inverno. Ciò che è sempre presente nelle opere arcimboldesche è la precisione scientifica della descrizione. Un’ampia sezione della mostra è infatti dedicata all’influenza esercitata dagli studi naturalistici; ai volumi scientifici, da lui stesso illustrati, di botanici illustri quali Ulisse Aldrovandi e alle Wunderkammer, così care ai regnanti asburgici, che amavano collezionare oggetti, considerati “meraviglie” esotiche della natura. E Arcimboldo contribuisce a incrementare quest’arte della meraviglia. Le sue “teste” rivelano l’acutezza della mente che le ha concepite; costruiscono allegorie a volte vagamente inquietanti o ambivalenti, come nel caso delle teste reversibili che, ruotate di 180 gradi, rappresentano altro. E’ il caso dell’Ortolano, la cui immagine rovesciata è quella di una ciotola di verdure, che bene si vede in mostra, grazie all’ausilio di uno specchio. Altrettanto intriganti sono i ritratti che si possono definire i professionali come “Il Bibliotecario” che è uno studiato assemblaggio di libri o “Il Giurista”, il cui volto ha un piccolo pollo per naso e un pesce per mento. Figure di personaggi realmente esistiti, che l’artista ritrae con la sua particolare cifra stilistica, che influenzerà movimenti d’avanguardia come il Surrealismo di Max Ernst, il Dadaismo di Man Ray o il Cubismo di Picasso. Un artista veramente poliedrico, che sarà rivalutato solo agli inizi del XX secolo, ma che come tutti i grandi va oltre i confini del tempo.

La mostra resterà aperta sino all’11 febbraio 2018. Per ulteriori info e prenotazioni: http://www.arcimboldoroma.it/

Antonella Lippo

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