Mary Pappalardo, luci e ombre della natura nell’arte

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Il primo incontro con l’artista Mary Pappalardo è avvenuto su Instagram. Da un follow reciproco è nata la volontà di conoscersi meglio. Poi un messaggio seguito da una telefonata: così volto e opere di Mary hanno avuto anche una voce. Durante la telefonata, poi, la scoperta di avere tanto in comune a cominciare dalla intensa passione che ci mettiamo nelle nostre rispettive attività.

Mary Pappalardo

Mary Pappalardo in Incontri

E ora eccoci qui: Mary Pappalardo racconta in #Incontri il suo percorso artistico attraverso antiche tradizioni e materiali innovativi, un ossimoro che veste perfettamente la sua produzione.
Ma prima di parlare delle sue opere andiamo a conoscere meglio l’artista. Mary è nata a Napoli e la sua città è non solo fonte inesauribile della sua ispirazione, ma anche una delle grandi protagoniste della sua arte. Nel 2001 si specializza in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. E più tardi decide di dedicarsi all’insegnamento dell’arte per trasmettere alle nuove generazioni la passione e la curiosità che da sempre animano il suo percorso artistico. Attualmente vive e lavora a Somma Vesuviana dopo aver trascorso diversi anni tra Napoli e Roma.

Il territorio vesuviano nella sua arte

Le sue opere sono profondamente ispirate dai contrasti e dalle bellezze selvagge del territorio vesuviano. Guardandole sul suo profilo Instagram ci hanno emozionato perché esprimono la sua arte versatile e appassionata, che spazia dalla pittura alla scultura, dalla creazione di gioielli fino alle installazioni, raccontando storie di terra, sottosuolo e natura.
Il suo lavoro, attraverso tracce di legni, semi, radici si esprime nel rispetto del tempo e nel silenzioso dialogo tra uomo e natura. Le sue creazioni sembrano quasi fatate e i suoi pannelli si prestano benissimo a creare uno spazio magico.

Conosciamola meglio

Riservata per indole, Mary ama lavorare immersa in un mondo di bellezza, forza e fragilità, quello della sua terra sempre in bilico tra l’opera dell’uomo e il potere della natura.

La terra vesuviana ti ha consentito di trovare la voce più autentica del tuo
talento?

Mi sento profondamente legata alla mia terra. Il Vesuvio possiede una presenza dominante: accompagna la vita di tutti quelli che gli vivono intorno.
«Bisogna avere una casa sul Vesuvio», sosteneva Nietzsche, ad indicare la necessità di accogliere idee pronte a dissolversi per poi essere nuovamente riplasmate. Non dare niente per immobile, scontato, ma cercare la bellezza nella trasformazione della materia.
Come artista, non ho potuto fare a meno di ascoltare questo richiamo ancestrale. Fin dai tempi dell’Accademia di Belle Arti, ho cercato di dar vita a opere che raccontassero la forza creatrice del vulcano, senza mai ridurlo a un soggetto paesaggistico stereotipato ritraendolo nella classica esplosione pliniana con mille colori.
Ciò che mi affascinava — e continua ad affascinarmi — è la capacità della Natura di far emergere la propria voce al momento opportuno: così il magma è, per me, la metafora di un’energia latente che necessita dell’atto creativo per potersi manifestare.
Oggi la figura del Vulcano non appare esplicitamente nei miei lavori, ma mi auguro che se ne possa percepire il suo spirito in tutto ciò che, creativamente, profuma di terra viva.

E quanto i tuoi luoghi condizionano e alimentano la tua arte?

A questa terra mi unisce un profondo legame antropologico. Sin da giovanissima ho vissuto e fatto miei i riti legati a questa montagna di fuoco. In particolari periodi dell’anno, la gente del luogo sale sul Monte Somma ed esorcizza la paura del fuoco attraverso momenti devozionali in cui la religiosità si fonde a gesti di chiara matrice pagana: le danze sul tamburo, le tammurriate, i canti, il vino e le offerte di fertilità con la tradizionale «consegna delle pertiche». Un vero e proprio relitto bacchico che testimonia come una comunità sappia ancora onorare le proprie radici in maniera autentica e in viscerale sintonia con la Natura.
È una lezione che non potevo ignorare e che ho interiorizzato al punto che ho eletto la cresta del monte Somma come il mio luogo dell’anima. Ed è li che, osservando le colate laviche e la tenacia della natura di rinascere dopo la distruzione, ho percepito la mia ricerca artistica come in continuità al lavoro del vulcano.

È importante che chi guarda le tue opere si trasformi in uno spettatore in cui siano luce e meraviglia a guidarne lo sguardo?

Credo che l’atteggiamento di ogni spettatore che voglia godere appieno di qualsiasi opera debba essere di totale apertura emotiva e mentale.
Bisogna essere consapevoli che un’opera d’arte può e deve generare, dentro chi la osserva, un micro-cambiamento: un movimento tellurico dell’anima che sia da sprono a domande, riflessioni e crescita. Senza questa predisposizione non si può conoscere davvero nulla. Per quanto riguarda il mio specifico lavoro, credo che l’aspetto materico della produzione possa essere apprezzato al meglio se si possiede un’attenzione verso la sensualità della materia. Spesso mi piace tirar fuori la carne viva dei materiali ed evidenziarne la texture per mettere in connessione la vista con il tatto. Frequentemente le persone mi chiedono se possono toccare i lavori: è la prova che la sollecitazione visiva richiede una conoscenza che passa anche attraverso gli altri sensi.

Il tuo è un linguaggio artistico contemporaneo che utilizza materiali vegetali per creare installazioni e sculture. Le tue opere sono ispirate al concetto nipponico dell’Ikigai, che significa ragione di essere o scopo della vita, ma allo stesso tempo trasmette pazienza, umiltà, la lenta bellezza della trasformazione. Le piante, attraverso foglie e frutti, rivelano verità che spesso trascuriamo con una resilienza silenziosa. Raccontaci di più.

Nella mia pratica artistica amo sperimentare materiali di diverso tipo, ma negli ultimi lavori la Natura si è fatta strada in modo sempre più imperioso: non come semplice riproduzione, ma come presenza tangibile. Cerco di dar forma a espressioni di identità e connessione con la terra guidata da un materiale primordiale come l’argilla, capace di evocare autenticità e calore, e integrando la matrice naturale di alberi recisi e lasciati alle intemperie.
L’ambiente naturale ha di per sé un’equilibrata ragione d’essere che risuona fortemente con il concetto di Ikigai, invitandoci a riflettere sul nostro posto nel mondo. Questa dimensione di consapevolezza, armonia e bellezza della Natura mi affascina profondamente ed è un motore di crescita per me come individuo.
Con la mia arte invito lo sguardo delle persone a scoprirsi parte di un ecosistema che deve ritrovare armonia tra le sue componenti. Il primo passo per riuscirci è la vicinanza, la conoscenza, l’empatia e la voglia di non sentirsi esseri viventi al centro del mondo.

Mary Pappalardo

Nel tuo percorso artistico non ci sono solo sperimentazioni di nuovi linguaggi ma anche proposte di interventi artistici che mirano alla riqualificazione e alla valorizzazione del paesaggio e dei borghi antichi. Come l’installazione artistica permanente nel cuore antico di Somma Vesuviana, il Casamale, progetto supportato dal Comune e dall’ente Parco Nazionale del Vesuvio. Con questa opera che si chiama OMBREDILUCE (un altro ossimoro) cosa hai voluto rappresentare?

Dal 2021, tutti i giorni al calar del sole, nel momento magico in cui le anime vagano alla ricerca dei luoghi cari, nel momento in cui si è più inclini al silenzio, al ricordo, al sogno, si accende e si esprime al meglio l’estetica di OMBREDILUCE.
L’opera è un dono alla mia terra che mi ha visto crescere, racconta i principali riti che la caratterizzano: la festa delle lucerne e la festa della montagna.
Una grande parete che segue una delle principali vie del borgo svela una serie di silhouette di persone non ben identificate. La prima figura simboleggia il dono della luce; ad accendere una lucerna è una donna (portatrice di luce). Seguono altre silhouette che culminano in quella dell’ offerta della “pertica”. L’opera, quindi, è abitata da ombre di personaggi evocativi del luogo, come se fossero in cammino, in processione, in dialogo tra loro e l’osservatore, fermi nella memoria e colti in pose identificative. Ciascuna di queste ombre diventa mito collettivo e sono generate grazie al chiarore di una luce.
L’opera si completa con un’esperienza video interattiva fruibile su smartphone con la tecnologia Phlay ideata e brevettata da Mario Amura, Direttore della fotografia, vincitore del premio Donatello. Gli utenti potranno creare una propria versione unica di un contenuto video navigando tra i meravigliosi scatti fotografici di Antonio Angri e con originali colonne sonore create da Vito Ranucci.
Una vecchia parete consunta, quindi, è diventata un luogo del cambiamento, della cura, della pulizia ed infine della Bellezza. E oggi rende tangibilmente agli abitanti del posto e ai suoi visitatori, quanto è grande il patrimonio culturale di un microcosmo umano come quello di un antico borgo murato.

Il potere dell’arte è ancora quello di creare comunità?

Assolutamente sì, credo sia una delle sue vocazioni più urgenti. L’arte non può e non deve rimanere confinata nelle pareti di una galleria: quando abita lo spazio pubblico e s’intreccia alla vita di tutti i giorni, si trasforma in un catalizzatore di relazioni.
Di fronte a un’opera d’arte pubblica, le persone smettono di essere semplici passanti e diventano custodi di un bene comune. Nascono così il dibattito, la cura, il senso di casa.
A tal proposito, mi risuona profonda la lezione del professor Tomaso Montanari, quando sottolinea che la nostra identità nazionale nasce dalla cultura e non dalla genealogia. L’arte è il vero collante di un popolo: unisce oltre la geografia, perché permette a una comunità di riconoscersi in un orizzonte di valori condivisi. È un’energia che spinge l’essere umano ad elevarsi insieme agli altri, rifiutando la logica del consumismo individuale per abbracciare un benessere collettivo e profondo.

Per concludere un tema scottante e molto attuale qual è il ruolo dell’arte nell’epoca dell’intelligenza artificiale?

Siamo di fronte a una trasformazione epocale che investe ogni ambito umano e, chiaramente, l’arte è chiamata a confrontarsi con questo nuovo strumento. Sinteticamente, non vedo l’intelligenza artificiale come un’antagonista. Nella storia ci sono stati diversi momenti in cui si è temuto che la tecnologia soppiantasse la sapienza artigianale e artistica — basti pensare all’invenzione della fotografia, che si credeva avrebbe ucciso la pittura. Se ci si perde in proiezioni apocalittiche si rischia di paralizzarsi, anche se certi scenari non sono da escludere…
Personalmente utilizzo l’IA nella vita quotidiana e, ultimamente, anche nella mia ricerca: mi aiuta a riflettere su alcuni temi o processi creativi, la uso come un terreno di confronto. Non do nulla per scontato, sapendo bene che l’attendibilità e la sensibilità non sono il suo forte. La considero principalmente una “palestra del pensiero”.
Per quanto riguarda l’atto pratico, tuttavia, credo che nessun algoritmo o realtà aumentata potrà mai sostituire il momento primordiale in cui mi trovo davanti all’opera. Quando entro nel mio studio entro in relazione fisica con uno spazio, con gli odori, con i materiali. Mi predispongo ad indagare i cunicoli della mia anima e le sue possibilità espressive. Se demandassi questo processo all’IA, perderei il gusto stesso della creazione. Come artista ho bisogno del contatto viscerale con la materia.
In conlusione, l’IA è benvenuta, ma sempre chiedendo il permesso di entrare, restando, per ora, ad attendere fuori dalla porta della mia creatività.

Per scoprire di più sul suo lavoro potete seguire Mary su:

Instagram (@marypappalardoart)
Facebook (Mary Pappalardo)

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Rosalia
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