I Faraoni a Roma

Dove e con chiI Faraoni a Roma
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I Faraoni a Roma in una mostra che ne raccoglie i Tesori alle Scuderie del Quirinale. È stata una delle scuse per tornare a Roma, una città che non si smette mai di “esplorare” e che ci ha sorpreso con delle belle giornate di sole in pieno inverno.

Tesori dei Faraoni: oltre 130 opere in mostra

Ci siamo tornati dopo quasi un anno con il nostro Otto che, naturalmente non ha potuto accompagnarci nel percorso alla scoperta delle oltre 130 opere allestite in dieci sale tematiche in un percorso che rappresenta un vero e proprio tuffo nel passato, proprio quello studiato tra i banchi di scuola e ammirato durante un viaggio di tanto tempo fa tra Luxor, la Valle dei Re e il Tempio di Hatshepsut, la regina faraone.

Di questa regina, che governò l’Egitto per vent’anni, nella mostra “Tesori dei Faraoni” curata dal dottor Tarek El Awady, è esposta la statua inginocchiata in granito rosso, proveniente dal suo tempio funerario a Deir el-Bahari. Sicuramente uno dei “pezzi forti” dell’esposizione che esplora la vita dopo la morte e l’oro come simbolo di immortalità nell’antico Egitto, come è spiegato dalla visita guidata da Roberto Giacobbo si può scaricare tramite Qrcode all’ingresso.

I primi capolavori tra quelli esposti per la prima volta in Italia provenienti dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor sono i gioielli dei faraoni, che catturano lo sguardo con il loro scintillio e la perfezione e la raffinatezza della realizzazione. 
Nelle teche luccica la Collana delle Mosche d’Oro, in realtà una decorazione al valor militare proveniente dal Museo di Luxor. Mentre sulla parete di fronte all’entrata, nell’ambiente volutamente poco illuminato, emerge il grande coperchio in legno e stucco dorato del sarcofago di Ahhotep II, uno dei più interessanti ritrovamenti dell’archeologia egizia che proviene dal tesoro della regina rinvenuto nel 1859 da alcuni operai a Dra Abu el-Naga nei pressi di Luxor.

Davanti a questo reperto ci si incanta per due ragioni: la sua imponenza e la storia alla base della scoperta che abbiamo ascoltato dalla voce di Giacobbo. Del corredo della regina si appropriò il sindaco di Luxor che ne distrusse la mummia, srotolandone le bende, mentre il magnifico coperchio fu recuperato da Auguste Mariette, direttore del Servizio delle Antichità Egiziane, per la gioia dei nostri occhi oggi. Mentre un destino diverso ha avuto il sarcofago recuperato dall’esploratore inglese Vyse all’interno della camera sepolcrale della piramide di Micerino: venne perso al largo delle coste spagnole nel 1838 in conseguenza del naufragio della nave che lo portava a Liverpool e non è mai stato ritrovato.    

Tornando all’oro, fu estratto e lavorato dagli Egizi con fini tecniche sin dai tempi più antichi. Considerato metallo incorruttibile e sacro al sole veniva impiegato per forgiare statue divine, maschere funerarie, amuleti e sarcofagi. Capolavoro esposto alla mostra “Tesori dei Faraoni” è il grande collare di Psusennes I, realizzato in oro, lapislazzuli, corniola e feldspato e composto da sette fili intrecciati da oltre seimila dischetti d’oro.

Da sempre considerato uno dei gioielli più imponenti dell’antichità giunti fino a noi è accompagnato da altri preziosi oggetti regali come il bracciale di re Ahmose I, i cinque bracciali d’oro di Sekhemkhet e un più piccolo e quasi impalpabile bracciale di una principessa.  

L’oro torna protagonista nell’ultima sala, con la maschera funeraria in cartonnage rivestito del prezioso metallo di Amenemope, il figlio di Psusennes I che regnò per un breve periodo e la cui tomba fu scoperta nel 1940 dall’archeologo Pierre Montet.

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Tra gli altri reperti più interessanti un posto d’onore è quello del monumentale sarcofago della nobildonna Tuya, nonna del faraone Akhenaton, realizzato in legno rivestito di stucco dorato con raffinati intarsi di vetro blu, ossidiana e pietre colorate. Nella stessa sala sono in bella mostra i corredi di Tuya, sepolta insieme al marito Yuya nella Valle dei Re, nonostante la coppia non appartenesse alla famiglia reale. La tomba venne scoperta quasi intatta dall’egittologo James Quibell nel 1905 e rappresenta una pietra miliare dell’egittologia.

La mostra offre uno spaccato della concezione del ciclo tra la vita e la morte nell’antico Egitto in cui per accedere all’eternità era necessario non solo preservare la mummia, ma donare offerte al defunto e soprattutto mantenere vivo il suo nome attraverso iscrizioni e immagini come gli ushabti, le statuette che lo raffiguravano.
In esposizione anche gli oggetti quotidiani del defunto, come il poggiatesta in pietra e il letto in legno dipinto. 

Il percorso continua con la sala dei tesori appartenenti al faraone Psusennes I: la copertura in oro e argento della mummia e i copridita, nonché bracciali, pettorali e cavigliere d’oro provenienti dal Museo del Cairo e appartenuti a diversi regnanti.     

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Oltre le figure dei faraoni ci sono le statue in pietra di scribi e governatori con le loro famiglie, mentre grande curiosità ci hanno suscitato le “teste di riserva”, opere in calcare che secondo alcuni servivano come guida simbolica per l’anima, indicando il cammino verso la sepoltura, secondo altri la morte terrena del defunto attraverso fratture visibili.

Imponente la statua che rappresenta il gruppo familiare del sindaco Sennefer insieme a moglie e figlia, in cui il motivo di tralci d’uva alle spalle riproduce la decorazione della sepoltura in cui fu ritrovata. Piccolo ma ricco di significato l’altro interessante reperto della sala: l’Occhio Udjat, simbolo di guarigione e rinascita che veniva deposto tra le bende delle mummie ma anche indossato dai vivi come amuleto.

Tra le più recenti scoperte archeologiche quelle del 2021 a opera di Zahi Hawass, anno in cui venne riportata alla luce la Città d’Oro, perfettamente conservata sulla riva occidentale del Nilo nei pressi di Luxor e risalente al regno di Amenhotep III. Si tratta di un centro con botteghe di ceramisti, orafi, tessitori e pellettieri che venne improvvisamente abbandonato. Tra gli oggetti in mostra spicca la sedia in legno dorato della principessa Sitamon proveniente dal Cairo.

Un altro elemento fondamentale della cultura egizia fu la religione e in questo contesto si inserisce la sezione dedicata alle statue cubo, che mostrano il devoto seduto a terra con le braccia che avvolgono le ginocchia. Nella stessa sala la lastra in calcare dipinto con Akhenaton e la sua famiglia in adorazione del dio Aton.

Nell’ultima sala tornano protagonisti i faraoni con la statua in granito del faraone Thutmosi III, la triade di Macerino e la maschera d’oro di Amenemope. E poi l’unica opera prestata dal Museo Egizio di Torino: la Mensa Isiaca, una tavola bronzea probabilmente proveniente dal Tempio di Iside a Campo Marzio che documenta la fortuna dell’Egitto in occidente attraverso la riproduzione dei motivi religiosi reinterpretati in chiave greco-romana.
Il grande successo di pubblico ha determinato la decisione di prorogare la mostra fino al 14 giugno 2026. Seguite il nostro consiglio: non perdetela!

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Rosalia
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