Agricoltura rigenerativa: l’impegno di EIT Food in Italia

Dove e con chiAgricoltura rigenerativa: l’impegno di EIT Food in Italia
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Agricoltura rigenerativa: ne avete mai sentito parlare? Noi finora no. Per questo abbiamo accettato con entusiasmo l’invito ad approfondire il tema attraverso la partecipazione all’evento promosso da EIT Food il 18 settembre scorso presso l’azienda agricola Morasinsi a Minervino Murge.

A Minervino Murge con EIT Food

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Qui, ospiti della giovane e intraprendente imprenditrice agricola Sveva Sernia, abbiamo potuto conoscere l’impegno di EIT Food, la comunità di innovazione più grande e dinamica al mondo, creata dal’Istituto Europeo di Innovazione e Tecnologia, organismo dell’Unione Europea, dalla viva voce della Direttrice di EIT Food South Begoña Pérez-Villareal e della Head of Network and Business Development Amparo de San José, responsabile dei progetti in Italia. Ad ascoltare il futuro dell’agricoltura rigenerativa e della fondamentale programmazione della gestione dell’acqua anche il nostro Otto, dotato di badge come tutti i partecipanti. 

A proposito degli intervenuti, con una buona parte di coloro che hanno raggiunto la Puglia dalla Spagna e dal Veneto, regione di provenienza della società Hassel omnichannel che si è occupata dell’ufficio stampa dell’evento, ci siamo incontrati la sera precedente a Bari presso il ristorante Perbacco di Beppe Schino che ci ha deliziati con i suoi piatti a base di prodotti pugliesi Presidi Slow Food.

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La mattina dopo abbiamo raggiunto Morasinsi nelle campagne di Minerrvino Murge: una realtà moderna che ha avviato un progetto di riconversione basata sui principi della agricoltura rigenerativa che ci sono stati spiegati tra i vigneti direttamente da Sveva, co-fondatrice e direttrice dell’azienda vitivinicola selezionata da EIT Food.

Tra le piante di Pampanuto, vitigno autoctono a bacca bianca dai grandi pampini come suggerisce il nome, Sveva ci ha parlato dei suoi vini naturali, che non subiscono interventi chimici in cantina, ma sono per questo maggiormente a rischio di squilibri dovuti ai cambiamenti climatici, in particolare all’innalzamento delle temperature e al processo di desertificazione dell’Alta Murgia. “Per mantenere e migliorare la qualità delle nostre varietà di uve locali interveniamo direttamente in vigna attraverso un progetto agroforestale, che mima la stratificazione delle foreste. Il risultato è la minimizzazione delle lavorazioni del suolo, la collaborazione tra le piante, il miglioramento della qualità del terreno e del microclima e infine l’ottenimento di un adattamento al cambiamento climatico, il nostro principale obiettivo”.

agricola rigenerativa

Sono 61 i partner che, dal 2018 a oggi, hanno partecipato, assieme ad altre realtà europee, ai 109 progetti di EIT Food nel campo dell’innovazione alimentare. In Italia, EIT Food collabora con CNR, Università degli Studi di Torino, Università di Bologna, Università di Bari, Università Federico II di Napoli, Hub Innovazione Trentino (HIT) e ha sostenuto 70 startup coinvolgendo in eventi formativi 442 agricoltori, che gestiscono complessivamente 15.548 ettari di terreno secondo i principi dell’agricoltura rigenerativa.

Tra i progetti citati da Begoña Pérez-Villarreal ci sono il programma EWA, dedicato alle donne che stanno cercando di avviare le loro startup nell’ecosistema agroalimentare e Test Farms dove gli agricoltori vengono messi in contatto con le startup e il programma di agricoltura rigenerativa, su cui si è focalizzato questo viaggio nel Sud Italia dal Cilento alla Puglia, che mira alla riduzione delle emissioni e a promuovere la biodiversità, consentendo un importante risvolto socio-economico migliorando la redditività nel giro di pochi anni.

Lo dimostra l’azienda di Sveva Sernia che, con il supporto di EIT Food, ha abbracciato questo modo innovativo e sostenibile di produrre alimenti sani. Uno degli esempi virtuosi nell’agricoltura rigenerativa che sono stati illustrati da Amparo San José. Positivi i dati raccolti tra gli agricoltori che hanno partecipato o stanno partecipando al programma: circa il 60% ha migliorato i livelli di materia organica nel suolo; il 68% ha migliorato i livelli di carbonio nel suolo; il 38% ha abbandonato la lavorazione profonda del terreno o ha ridotto il numero di passaggi di oltre il 50%; il 17% ha abbandonato l’uso di fertilizzanti azotati minerali e il 12% non usa più i prodotti fitosanitari chimici.

La visita a Morasinsi è stata anche l’occasione per presentare Lilas4Soils, dedicato alla promozione delle pratiche agricole di carbon farming, le quali mirano ad aumentare la quantità di carbonio immagazzinato nel suolo, contribuendo alla mitigazione dei cambiamenti climatici e migliorando la salute del suolo stesso. Di questo progetto di agricoltura rigenerativa ci ha raccontato Sonia Pietosi, Project Manager di Lilas4Soil in EIT Food South: iniziato nel settembre 2024, durerà 5 anni sviluppando strategie per il sequestro del carbonio nel suolo in sei Paesi europei attraverso cinque living lab (ecosistemi aperti di innovazione che coinvolge ricercatori, imprese, cittadini e istituzioni) e grazie al sostegno di 24 partner, tra cui EIT Food, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Confagricoltura Veneto ed Ersaf Lombardia.

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Fondamentali sono le alleanze di EIT Food con istituzioni ed enti di ricerca del territorio, come nel caso dell’Innovation Hub Italiano presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, in collaborazione con Tecnopolis PST, presentato durante l’incontro a Morasinsi da Barbara de Ruggieri dell’EIT Food Hub Italy presso l’Università degli Studi di Bari. La promozione delle attività, portata avanti dal 2018, mira a creare e a sviluppare una rete tra vari soggetti interessati, aziende, startup, studenti, ricercatori e amministrazioni pubbliche. Durante gli eventi nascono, crescono e si consolidano nuove relazioni e collaborazioni con i funzionari pubblici, ma si ascoltano anche le idee e le intuizioni degli studenti nei workshop di formazione con il fine comune di uno sviluppo sano, innovativo e sostenibile del sistema agroalimentare. L’esperienza presso l’Hub di Bari ha visto coinvolti nel 2024 più di 130 partecipanti ai programmi di apprendimento e più di 400 gli studenti indirizzati ai programmi forniti da EIT Food.
Sono stati presentati poi due casi di successo delle start up Evja di Napoli e Veetaste di Bari, supportate da EIT Food.

La storia di EVJA che si occupa dell’ottimizzazione dell’irrigazione e delle analisi delle attività in campo con monitoraggio da remoto, è stata raccontata dal cofondatore Paolo Iasevoli. Si è intrecciata con EIT Food dal 2019 accrescendone visibilità e prestigio con il conferimento dell’Innovation Prize. “Abbiamo poi lavorato insieme nell’ambito del progetto Test Farms in Spagna, e da lì in poi il rapporto è divenuto sempre più internazionale. Dopo aver aperto mercati in quattro continenti, siamo entrati a far parte dei programmi Sales Booster e Rising Food Stars. Anche sul fronte del fundraising, EIT Food ci ha permesso di incontrare potenziali investitori nell’ambito del Next Bite, evento al quale parteciperemo anche il prossimo ottobre a Bruxelles”. Oggi EVJA collabora con 300 aziende in tutto il mondo fornendo la propria tecnologia a qualsiasi tipo di coltivazione.

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Avvincente la storia di Francesca Palermo, CEO di Veetaste, giovane donna determinata a lavorare come imprenditrice agricola. Tutto era pronto, tra progetto e richiesta dei finanziamenti per l’acquisto della terra, ma poi è venuto meno chi avrebbe dovuto presentarli. La scommessa allora è stata quella di coltivare senza terra. È nato così Veetaste che grazie agli ambienti universitari e a EIT Food, ha consentito a Francesca di creare una vertical farm indoor che produce, in un ambiente controllato e senza alcuna manipolazione, oltre 80 varietà di microgreens, ossia mirco-ortaggi dalle altissime proprietà nutraceutiche, che vanno degustati a crudo”. E così abbiamo fatto testando il sapore intenso di piantine di girasole, finocchietto, anice, senape e cerfoglio. 

Subito dopo visita in cantina con Sveva che ci ha parlato dei vini prodotti a Morasinsi, dal bianco Pampanuto chiamato Rizzola come nel dialetto di Minervino viene definito il vitigno ma anche il piatto tipico costituito dalla pecora cotta in pignata, al Nero di Troia dal poetico nome “Il tralcio è d’oro, nero il racemo…” tratto dall’Iliade di Omero.

Li abbiamo degustati abbinati ai piatti robusti della cucina locale proposta da Masseria Barbera: dalle olive dolci fritte alla pizza rustica con le cipolle, dai salumi ai formaggi accompagnati dalla gustosa focaccia, dalla parmigiana di melanzane ai friggitelli, fino alle orecchiette fatte in casa con le zucchine e alla brace con salsiccia di Spinazzola, bombette e torcinelli. Mandorle zuccherate e delizia alla crema con pesche hanno addolcito il momento dei saluti.   

L’unica nota stonata la mancata partecipazione dei colleghi locali che non hanno apprezzato l’invito e non hanno compreso l’importanza di raccontare il futuro del settore avviato verso un’agricoltura sempre più rigenerativa.

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