E’ una dimensione di sospensione lirica quella in cui Fulvio Tornese fa vivere i suoi “uomini bianchi” , definendone con un segno grafico deciso la corporeità, ma non ne ritrae mai il volto.

Il ciclo di opere che compongono la mostra “Siamo solo il nostro sguardo”, ospitato nello spazio delle scuderie del Palazzo marchesale Del Tufo–MACMa (Museo di arte contemporanea) a Matino, fino al 31 agosto è a cura di Laura Perrone ed esprimono la sua più recente ricerca pittorica. In queste tele che sembrano voler sconfinare nella parete, dipinta a calce bianca, si amalgamano diversi interessi; quello per la graphic novel, la cui l’eco è forse la più evidente, ma anche quello per il genere noir e per l’armonia della composizione, di sottofondo. Complice è sicuramente la sua esperienza professionale di architetto, che lo induce anche a sperimentare nuove tecniche e a utilizzare materiali, primo fra tutti la carta, che viene trattata per rivestire la tela come nuova pelle, che non vuole nascondere piccole rughe, pieghe di una interiorità, che spetta al pubblico scoprire.

E in effetti già il il titolo della mostra è provocatorio e sembrerebbe un ossimoro. Non ci sono sguardi nei volti dipinti, che invece hanno tratti felini e chiome al vento, simili a fiamme; ma proprio l’ assenza di ritratto, l’anonimato, lancia una sfida a chi guarda e vi si può rispecchiare. Le suggestioni letterarie in tal senso si sprecano, da Wilde a Pirandello , ma mi sembra più accattivante ricercare come la pittura di Tornese sia sì riconoscente al filone figurativo del Novecento italiano, ma ne sdrammatizzi i contenuti, iniettandovi una “corposa” dose di leggerezza e di lirismo onirico. Le sue figure sembrano fluttuare, si stagliano in assenza di gravità e volgono sempre verso un ipotetico orizzonte da raggiungere, così come sono perennemente avvolte e disegnate dal vento. In questo modo anche la glacialità di tutte le declinazioni del bianco dei dipinti, che non dimentichiamo essere somma di tutti i colori, sembra sciogliersi nella danza delle figure isolate che talvolta si rapportano solo con la propria ombra. Sono figure in incognita che devono scrutare e investigare, ma non devono essere viste e nel muoversi a ritmo di vento entrano in risonanza solo con le architetture di fondo. Qualche rara nota di colore ceruleo spicca abbina sul total white delle tele, come nel caso dell’opera “La pioggia a marzo”, in cui l’uomo senza volto, porta a spasso una nuvola sfrangiata, quasi come fosse la sua coperta di Linus.

C’è ironia colta e raffinata in ogni opera e anche i titoli ne enfatizzano il senso; c’è voglia di innescare curiosità e provocare con garbo. Sono tele narranti che richiedono la collaborazione attiva di chi guarda. E ogni dettaglio, anche nell’allestimento, non è casuale. Ad accoglierci e a congedarci dal percorso della mostra, in fondo alla sala, incorniciate da due arcate, ci sono due tele che ritraggono un uomo e una donna, legati da una corrispondenza, quella reale fatta di lettere, che portano con sé e quella ipotetico-virtuale, che implica la relazione con l’altro per ritrovare se stessi.

Antonella Lippo

Orari: da martedì a domenica 17.00-21.00 Ingresso libero.
Info sull’artista: www.fulviotornese.com
Coordinamento mostra e info: Labconcept 0833 1938874

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