Primavera a Praga

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Già all’arrivo, Praga ti dà l’impressione di una bella signora nobile e leggermente sfiorita che si aggira nei numerosi salotti della sua casa tra vecchi mobili e suppellettili delicate e un po’ impolverate. Questi sono le sue piazze, le sue vie, i suoi palazzi e le sue chiese: tutti con un’anima autentica da scoprire. Tutto il centro della città è permeato da una atmosfera che incanta. Praga non si ha bisogno di cercarla, è lei che ti viene a trovare.

Ma per questo bisogna avventurarsi nei vicoletti stretti e tortuosi di Mala Strana, la Città Piccola che fu costruita come “seconda” città dopo quella vecchia, con la chiesa barocca di San Nicola, il palazzo Wallenstein e l’imponente Castello, il Hradcany, sede del presidente della Repubblica, la cattedrale di San Vito e la Zlatà ulicka, il vicolo d’oro, dove abitavano gli alchimisti del tempo di Rodolfo II.

Un suo assaggio si ha salendo in cima alla Torre del Ponte con la città che si estende al di sotto, con la collina di Petrin all’orizzonte e il profilo inconfondibile della cattedrale di San Vito e del castello. E ai piedi il ponte Carlo, un viale di pietra sospeso sul fiume Moldava e fiancheggiato di statue, passaggio obbligato e irrinunciabile per chi è diretto a Mala Strana.

Praga è la città delle piazze: nella piazza della Città Vecchia, una sorta di palcoscenico dove tutti sono protagonisti, spiccano le guglie gotiche della maestosa chiesa di Nostra Signora di Tyn, l’orologio astronomico del XV secolo, i magnifici palazzi e nel mezzo l’imponente monumento a Jan Hus, ma anche le bancarelle del mercato. E la sosta è obbligata alla casetta in legno dove ci ha condotto l’irresistibile profumo dei trdelnìck, i buonissimi dolci dal nome complicato. Altra piazza simbolo è, nella parte nuova della città, Piazza San Venceslao. Qui si va a prendere il caffé al Tramvaj 11, un vecchio tram trasformato in  bar con i tavolini all’aperto e collocato al centro del grandissimo spazio che ospita anche il monumento alle vittime del comunismo e la statua equestre di San Venceslao.

La birra si beve ovunque ma non si può mancare la puntata da U Fleku, fabbrica e birreria più antica di Praga, ma al tramonto, quando le acque della Moldava si accendono di riflessi, si va a berla sulla terrazza di Knzounické namesti, la piazza dei Crociati. Dove mangiare? La cucina boema si gusta da U Supa L’Avvoltoio (Celetnà ulica 22) nella Celetnà, via principale sulla quale si trovano molti negozi e locali. Il posto ideale anche per qualche acquisto: lasciando perdere i troppo delicati cristalli non ideali per il bagaglio in aereo, la scelta è caduta su una veretta di granato rosso sangue, la gemma nazionale ceca, acquistata in una delle tante gioiellerie con le vetrine piene di bagliori vermigli.

Nella nuova Praga irrinunciabile la foto ricordo sul lungofiume Resinovo davanti al palazzo Ginger e Fred progettato da Frank O. Gehry. E a proposito di fiume, il giro a bordo del battello sulla Moldava permette di abbracciare Praga e di fissarla nella memoria in una sequenza di indelebili immagini. Un mondo a parte quello dell’isola di Kampa, separata da Mala Strana da un secondo braccio della Moldava, il Certovka o ruscello del Diavolo, dove perdersi in romantiche passeggiate nei giardini durante il giorno e tra birrerie in serata. Da immortalare il muro di John Lennon, un angolo hippy nella Praga medioevale di proprietà del Gran Priorato della Repubblica Ceca e dell’ordine dei Cavalieri di Malta che ne permettono l’utilizzo affinché vi vengano disegnati murales dai messaggi positivi.

Per finire non si può lasciare Praga senza far visita al Quartiere Ebraico, lo Josefov, dove c’è la più antica sinagoga europea anche se è il cimitero ebraico una delle cose più importanti da vedere a Praga: la tomba più vecchia risale al 1389, quella più recente al 1787. La mancanza di spazio ha determinato la sovrapposizione delle sepolture fino a 9 strati per un totale di 12000 lapidi in stile rinascimentale e barocco. E per ricordare la tragedia dei 77mila ebrei cechi trucidati dai nazisti si entra nella sinagoga Pinkasova dove i nomi scritti, uno dopo l’altro, sulle pareti rappresentano una sorta di appello muto di chi non c’è più.