Ultimamente si sente molto parlare di storytelling. E ormai un po’ tutti si occupano di storytelling, tutti ne parlano e tutti ne sanno. Ma quanto davvero ne sappiamo?

La prima volta che ne ho sentito parlare è stato più o meno cinque anni fa in un incontro in cui a illustrarne il concetto era stato chiamato Felice Limosani, uno dei più importanti e interessanti story teller italiani che ha lavorato per marchi come Adidas, Audi, Trussardi, Sole24Ore, Tim, Tod’s, Salvatore Ferragamo e Pirelli. E che per definirsi cita niente po po’ di meno che un grande del passato: “Avete presente Omero? Lui sì che era uno story teller a tutti gli effetti, perché non raccontava storie personali ma narrava quelle degli altri”.

E’ stato così che mi sono resa conto che anche io potevo reputarmi una story teller, e da anni, dato che soprattutto dal punto di vista della promozione del territorio scrivere storie è sempre stata la mia passione e il mio lavoro. Ma basta questo per potersi definire tale? No. Quindi ho cercato di andare più a fondo della faccenda.

Partiamo dal principio. Cos’è dunque lo storytelling? Una prima definizione è che è una storia, capace di suscitare emozioni. Infatti, lo scopo di chi usa lo storytelling è trasformare un semplice racconto in emozioni non solo per informare, ma per coinvolgere attivamente le persone.
Da questo punto di vista, quindi, lo storytelling è il miglior modo di raccontare e far vivere un territorio e rappresenta un potente strumento di promozione turistica.

Ma ci sono delle regole sulla base delle quali affidare le proprie storie e il patrimonio di un territorio a qualcuno che poi deve saper comunicarlo. Bisogna investire in qualità, in reputazione, in riconoscibilità del territorio e risulta evidente la necessità di trarre un legame stretto con la cultura, con la memoria e con il patrimonio collettivo. Perché accanto all’emozione, al coinvolgimento e alla curiosità che un bel racconto deve saper suscitare per diventare una storia di successo, è indispensabile dire e scrivere cose giuste, approfondire, rispettare la Storia di un luogo, quella con la maiuscola.

Allora come raccontare un viaggio o un luogo nel modo migliore? Facendo sognare, affascinando chi ci legge per ispirarlo e farlo identificare con il narratore spingendolo a diventare a sua volta protagonista di storie simili. Questi sono i poteri della narrazione: coinvolgere, creare identificazione, spingere a un’azione.

Ma se romanzare la propria storia è giusto, per creare la giusta atmosfera e far scegliere una meta piuttosto che un’altra grazie a un bel racconto, scegliendo magari leggende e storielle popolari, non bisogna mai mentire o travisare la realtà. Perché ne va della reputazione di chi scrive e oggi la reputazione, offline e online, è l’unica reale moneta di scambio, l’unico assett che davvero crea valore aggiunto. Riportare cose inesatte per un non meglio identificato sentito dire da non si sa chi, getta ombre sullo storyteller ma anche sul territorio che in questi ha investito, creando un effetto boomerang che non può essere certo inteso come efficace promozione turistica.

(Foto dal web)

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