Il viaggio che ti cambia: Giovanni Carone ci racconta il suo

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Viaggio in bici

C’è un tipo di viaggio tutto speciale che oltre alla conoscenza di luoghi induce alla conoscenza di sé. E’ quello che vi voglio raccontare e che mi ha condotto in bicicletta per le strade di Croazia, Bosnia, Serbia, Romania, Bulgaria, Albania e Macedonia. Un viaggio affrontato senza quello stress che affligge l’uomo e che deriva dall’insoddisfazione nel non riuscire a esprimere le proprie sensazioni. Un viaggio-sfida, in compagnia soltanto della mia inseparabile compagna Bianchi Camaleonte, che ho vissuto anche come percorso di ricerca interiore e che sin dall’inizio ho voluto condividere con amici e conoscenti sul mio profilo Facebook. Questa condivisione dei più significativi momenti del mio viaggio, iniziata per intrattenere gradevolmente me stesso, è poi piaciuta a molti e in tanti hanno seguito le mie avventure e le mie, poche, disavventure.

Sono partito dal porto di Bari alla volta di Dubrovnik la sera del 22 settembre e, spinto da grande entusiasmo, già il giorno dopo avevo varcato quattro frontiere al ritmo di 70-80 km al giorno. Questa è la Jugoslavia di oggi… – mi sono sorpreso a pensare. Poi ho dovuto affrontare il tempo, meteorologicamente parlando. C’è una pizzica dedicata ai marinai che recita: “sott’acqua e sott’a ventu navigamu“…….Beh i primi giorni per me è stata la stessa cosa: basta sostituire navigamu con “pedalamu”. Ma viaggiando con la bicicletta queste cose bisogna metterle in conto e io sono partito attrezzato. Ogni mattina, colazione alle 8 con caffè locale, pausa pranzo alle 13 e raggiungimento della meta giornaliera entro le 18. Questa la tabella di marcia.

Ma girando in bici non ti sfugge niente, sia le cose belle che le cose brutte. E una fra queste ultime è che si vedono tantissimi cani in gabbia o legati alla catena, reclusi a vita senza aver commesso alcun reato. Ed è ancor più brutto vedere quelle persone che ce li hanno messi lì, che girano impunemente a piede libero. È raccapricciante, ti prende una rabbia, poverini! Sono così inconsapevoli di quanto accade loro, che ti ritrovi – in una strenue salita sotto l’acqua – quasi senza rendertene conto, a piangere per loro!

Tra le “disavventure” voglio raccontarvi quella che mi è capitata a Mektovic in Bosnia-Erzegovina. Ero andato in una pizzeria del borgo vecchio e avevo una grande stanchezza tra la notte insonne sulla nave, i 112 km con parecchie salite e 16 kg di bagagli sotto un bel caldo. Perciò subito a letto con gli altri fedeli compagni di viaggio che ho portato con me, i libri “In alto a sinistra” di Erri De Luca e “La ferocia” di Nicola Lagioia. Dopo alcune pagine di lettura, ho dato un’occhiata alla cartina per la tappa del giorno dopo e sono sprofondato nel sonno, ma dopo un po’ mi sono svegliato di colpo! Mi sentivo infastidito da qualcosa, una specie di prurito su tutto il corpo, ma non era un vero e proprio prurito, più che altro era un formicolio, e infatti non resistendo più ho acceso la luce. E mi sono trovato il letto invaso di minuscole formiche! Erano le 23,30 e dalla camera ho chiamato la reception: è venuto subito un ragazzo mezzo assonnato e abbiamo appurato che le formiche si annidavano dietro un passamano in legno. Ho pensato: può succedere! Il ragazzo subito, scusandosi e con molto imbarazzo, mi ha dato un’altra stanza. Il mattino dopo, scendo a far colazione, poi vado a salutare e a lasciare la chiave della stanza e qui la sorpresa: arriva un ragazzo sulla trentina, paffuto e pelato (il proprietario Mark) e mi porge ciò che avevo pagato il giorno prima chiedendomi ancora scusa. Gli ho detto che non era giusto che mi desse i soldi indietro, e lui mi ha chiesto: a parti invertite tu cosa avresti fatto?! Allora ho preso la metá dei soldi e l’ho data in mancia ai ragazzi della reception! E così c’è stato un bel sorriso da parte di tutti. Rimettendomi in marcia ho riflettuto sull’accaduto: da queste parti non sono ricchi ma hanno dignità da vendere!

E a questo punto ricominciamo a parlare del viaggio. Dopo quattro bellissime ore di pedalata in montagna sotto una pioggia persistente, eccola spuntare, tra un tornante e l’altro appare Mostar: la cittá del ponte! Ma prima vi racconto anche qualcosa che ha a che fare con la gastronomia di questi posti: a Konijc, un grazioso paesino al centro dello stato bosniaco, una delle specialità è la pecora arrostita tutta intera. Questo il menu: un piattone di pecora arrostita per otto ore, un’insalata, un piatto di patate al forno, due birre e un caffè, il tutto a soli euri 8,50. Il giorno dopo sono prontissimo ad affrontare la bella discesa di una decina di chilometri che porta a Sarajevo. Qui la prima cosa che mi ha colpito sono stati i trenini che conservano ancora l’aria di quella Jugoslavia filisovieticissima. La seconda è invece, per contrasto, la modernissima pista ciclabile che corre lungo il fiume Mijljaka. Ma la cosa più bella che ho visto a Sarajevo non è stata né il panorama, né uno di quei musei (tutti tristi). I veri musei delle cittá sono le piazze, le persone, gli odori, i suoni. Ma tra tutto questo ciò che porterò nel cuore è la manina che mi ha porto per la caritá una bellissima “zingarella” di nome Valentina, che era in strada con la giovanissima mamma e i suoi due fratellini. Valentina con i suoi occhietti neri e la sua vocina dolce dolce ha compensato tutta la fatica delle mie pedalate e ha annichilito tutti quei tesori depositati nei musei di Sarajevo…

Si riprende la marcia in una sorta di infinito Aspromonte in cui sembra sia sempre notte. Dopo 16 ore di pullmann e tre ore di treno, ritorno sulla bici per affrontare il percorso che mi condurrà a Belgrado prima in piena boscaglia, poi per 100 km in pianura e addirittura gli ultimi 56 km in autostrada. Sono arrivato a Belgrado alle 13.00: c’era un plesso adiacente alla stazione con un’infinitá di tende per dare alloggio ai profughi che stanno migrando verso l’Europa del Nord, quella del benessere. Poi ho preso il bus per Sofia. Quando pedalo, tra lo sforzo e la fatica ho poco tempo per pensare, ma in treno ho un attacco di nostalgia e comincio a sentire la mancanza di Dartagnan, il mio Golden Retriever che aspetta a casa il mio ritorno. Il tempo non prevede miglioramenti quindi riprendo il treno per arrivare a Varna sul mar Nero, una bella città, una sorta di Genova se paragonata a Costanza, che invece potrebbe essere assimilata a Napoli.

Il giorno di stop l’ho vissuto come se avessi perso un anno a scuola, quindi mi è toccato recuperare: c’erano da fare 160 km che pensavo pianeggianti, invece più di una metá era tipo il Gargano con salite e discese, ma la parte più dura è stata quella centrale del percorso in cui ho dovuto lottare contro un forte e freddo vento di Burian: però l’idea di passare la frontiera Bulgaro/Rumena in compagnia della mia “Bianchi Camaleonte 5” ha creato una tale adrenalina che avrei potuto mettere anche una sacchetta di cemento sul portapacchi e ce l’avrei fatta lo stesso! Ultime frontiere: Macedonia e Albania. Sono arrivato a Skopje, una città molto bella, molto Europa del sud/est. Una piccola Sarajevo, diversa dalle metropoli Bucarest e Sofia, e molto accogliente. L’unico a non avermi accolto nel migliore dei modi è stato Zatlan, un cane che ha pensato bene di mordermi a una gamba. Sono dovuto andare in ospedale, una tappa non prevista ma fa tutto parte del viaggio: come dicevo all’inizio di questa storia quando si parte lo si fa per conoscere e per conoscersi, oltre che per divertirsi però bisogna sempre tenere conto degli imprevisti, che poi (alla fine) sono le cose che più si ricordano. Insieme a tutti i fotogrammi che rimarranno indelebilmente fissi nella mia memoria: i Rom lungo il Danubio, i mercati, le vecchine, le donne velate, le case bombardate, le strade, i ponti, la natura imponente, i bambini e i cani, che in molte di quelle zone non sono considerati randagi ma sono microchippati, curati e rifocillati dalla gente del posto tipo cani di quartiere. Ultime tappe: Tirana, poi, il traghetto da Durazzo e, dopo quindici giorni, il ritorno a casa.

(Testi e foto di Giovanni Carone)