Sei volte Medea nelle Grotte di Castellana

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Medea

Quando si pensa a Medea lo si fa ricordando la tragedia scritta da Euripide che ripercorre l’ultima parte della sua vita che la vede sposa ripudiata, madre infanticida, assassina, folle. Ma questa è una visione parziale di ciò che Medea ha rappresentato nel mito classico greco. Ed è la rappresentazione di una donna più sfaccettata quella dello spettacolo MED-ea proposto da Loredana Savino e Fabio Caruso all’interno della Caverna della Civetta nelle Grotte di Castellana.

Infatti, nella performance ispirata al personaggio e rappresentata mercoledì 25 novembre, nella giornata contro la violenza sulle donne, Medea viene impersonata da sei donne/attrici differenti anche se la loro diversità si percepisce più dal tono di voce che dalla fisionomia. Lo spettacolo si svolge completamente al buio: i suoni, i lamenti, le grida, i pianti, vengono intensificati dal silenzio che regna sovrano nella grotta e dal nero tutt’intorno rischiarato a tratti dai piccoli fasci luminosi delle torce manovrate dalle attrici. Che con il loro racconto, attraverso versi, parole disperate e litanie, rendono appieno la storia di Medea, complessa e tragica, che più che con l’amore ha a che fare con il potere.

Si innamora di un uomo, Giasone, che rappresenta l’eccellenza della forza, della bellezza, dell’audacia, dell’intelligenza, dell’ambizione e con lui la sacerdotessa stringe un patto, facendo di tutto per aiutarlo nella conquista del Vello d’Oro. E lo fa a discapito della sua vita precedente, della sua famiglia, delle sue origini, del suo paese. Fugge con l’uomo che ama, ma rimarrà sempre una straniera, una barbara. I greci, a differenza dei romani, considerano barbaro tutti ciò che greco non è. E questo può diventare devastante per Medea e i suoi figli a cui piuttosto che far affrontare questa triste sorte, preferisce togliere la vita. E qui il dramma si fa terribilmente moderno mettendo in scena lo scontro fra diverse civiltà e l’incapacità di comprendersi fra culture lontane. E una metafora di quanto sia difficile, per chi viene da altre terre, essere veramente accettato da chi lo accoglie: la vera tragedia è questa, prima ancora della morte dei figli uccisi per vendetta.

Lo spettacolo, dunque, vuol essere una riflessione sui temi della tragedia, fondendo mito e psicologia: la condizione di straniera in una cultura diversa da quella di provenienza, il rapporto tra potere e affetti, il conflitto tra istinto e razionalità, le conseguenze dell’amore e dei gesti estremi. La rappresentazione, che dura 50 minuti, è stata preceduta da una spiegazione su ciò che avrebbe atteso il pubblico: interessante, istruttiva e necessaria, per godere tutta la magia determinata dalla particolarità dello spettacolo. Nell’incrocio tra racconti e dialoghi intensi, nel buio quasi totale, che rende lo spettacolo adatto anche a un pubblico di non vedenti, si avvertono i movimenti dei corpi in una costante tensione verso l’atto estremo di non ritorno. Ma mentre nella prima parte l’intensa messa in scena fa crescere l’angoscia insieme alla partecipazione empatica per il dramma della protagonista, la seconda parte riconcilia lo spettatore con il suo mondo interiore e il mondo esterno attraverso i suoni melodici di una litania che assomiglia a una ninna nanna che conduce il pubblico sino alla fine dell’inevitabile dramma. Così si esce dalla grotta, cullati dalle voci, come se si venisse fuori da un enorme ventre materno. Non prima di aver a lungo applaudito le protagoniste Marialuisa Capurso, Marta Gadaleta, Antonella Lacasella, Cristina Lacirignola, Rosalba Santoro, Loredana Savino e Teresa Vallarella. Che ci accolgono alla fine del percorso in grotta per il saluto finale tributato anche dai pipistrelli, frequentatori abituali di queste cavità, con i loro voli tra le rocce.