Un po’ di anni fa mi sono imbattuta per la prima volta nella tradizione delle Tavole di San Giuseppe in occasione di un articolo che dovevo redigere su un paese, l’unico rimasto in Puglia, a conservare usanze di derivazione albanese. Si tratta di San Marzano di San Giuseppe, piccolo centro in provincia di Taranto in cui si parla ancora l’Arbereshe, l’antica lingua di origine albanese.

La tradizione delle Tavole di San Giuseppe

Qui, in occasione della festa di San Giuseppe, l’intero paese si mobilita per l’allestimento delle “mattre”, le tavole prima esposte alla devozione dei fedeli e, il giorno dopo, consumate dai cosiddetti “santi” impersonati da amici o parenti delle famiglie che vanno da un numero minimo di tre (San Giuseppe, Gesù Bambino e la Madonna) a un numero massimo di tredici, sempre comunque di numero dispari.

Certo mai avrei immaginato che qualche anno dopo avrei partecipato attivamente, e cioè in qualità di santa a una festa del genere in un paese del Salento, in cui in molti centri si conserva la stessa tradizione!

Infatti, i paesi in cui intatta è rimasta questa antichissima usanza sono: Giurdignano, Poggiardo, Uggiano la Chiesa, Cerfignano, Cocumola, Minervino di Lecce, Casamassella e Otranto in provincia di Lecce, Lizzano, San Marzano di San Giuseppe, Sava, Monteparano in provincia di Taranto, San Pietro Vernotico, Erchie e San Donaci in provincia di Brindisi e perfino in Abruzzo, a Monteferrante.

Ho vissuto questa emozionante esperienza a Minervino di Lecce. Il primo passo è stato quello di andare di casa in casa e spiare il lavoro delle donne del paese alle prese con la preparazione della “massa”, una sorta di lasagna o lagana fatta in casa, poi essiccata stesa sulle reti dei letti avvolta nei lenzuoli e quindi lessata e condita con ceci, olio e verdure.

A ciò segue il rituale giro delle case per ammirare le tavole. Descriverle è arduo. Bisogna vederle dal vero perché nemmeno le fotografie rendono giustizia alla pazienza, all’abilità e alla precisione con le quali queste tavole vengono devotamente apparecchiate.

Il numero dei commensali è sempre dispari e le portate sono sempre le stesse, quelle tipiche: lampascioni o pampasciuni come vengono chiamati da queste parti; i cavolfiori interi lessati e conditi con olio e pepe; le pittule, pasta cresciuta impastata con le verdure e poi fritta; lo stoccafisso al sugo di pomodoro; la famosa “massa”; i “vermiceddhi” con il miele e la mollica di pane; il pesce fritto; il pane a forma di ciambella, liscio o con i simboli dei Santi; arance e finocchi e, per finire, i “purciddruzzi”, il dolce tipico al miele con gli anisini. Carne, uova e formaggi sono esclusi in quanto San Giuseppe si festeggia sempre in periodo quaresimale, durante il quale tradizionalmente ci si astiene da questi cibi.

Ma l’emozione più grande è stata riservata al giorno dopo, quando alle 19 la piazza si è animata e si è riempita di gente che ha atteso in silenzio l’arrivo dei “santi” che si sono seduti alla Tavola preparata sul palco al centro della Piazza Sant’Antonio dinanzi il Convento dei Riformati.

San Giuseppe, con il suono della campanella dà il ritmo al succedersi delle portate, poi ci sono la Madonna, Gesù Bambino e tutti gli altri chiamati a questo nobile ruolo: Maria Maddalena, Sant’Anna, San Filippo, San Gioacchino, San Simone, San Giovanni, Sant’Agnese, Sant’Elisabetta, San Zaccaria e io come Santa Marta.

Quando la cena ha inizio, nonostante le luci, il brusio, le telecamere e quanto altro ci riportava all’oggi, la sensazione è stata quella di vivere un rito antico e sentito. Come già sottolineato una grande emozione, ma soprattutto un grande onore: quello di essermi sentita parte di una comunità e della sua straordinaria storia almeno per una sera.

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