Otranto è il borgo in cui si assiste alla prima alba in Italia. Qui il sole sorge dal mare e lo spettacolo si rinnova puntuale ogni giorno. Parlare di spettacolo a Otranto viene naturale in quanto la cittadina è un palcoscenico tra terra e mare in cui attori protagonisti sono il castello e la cattedrale, ognuno con il suo ruolo: il primo di chiusura e difesa, la seconda di apertura al mondo del tempo.

Otranto

Otranto, oriente d’Italia

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E i due simboli sono in questo perfetti testimoni della loro epoca segnata da un prima e un dopo relativi all’eccidio che gli abitanti di Otranto subirono per mano dei Turchi nel 1480, quando 18.000 uomini a bordo di una flotta di numerose navi al comando dell’ammiraglio Gedik Ahmed Pascià assediarono prima e saccheggiarono poi il borgo. L’assedio durò ben quindici giorni e le cronache del tempo riportano che su una popolazione di 20.000 persone ne perirono 12.000 e quando la città fu espugnata 813 uomini di età maggiore di 15 anni, dopo il rifiuto di convertirsi all’Islam, vennero decapitati sul colle della Minerva.

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Secondo gli storici, il “sacrificio” di Otranto fu necessario per gli equilibri e gli assetti della politica internazionale dell’epoca: Venezia voleva venire a patti con l’impero ottomano per il controllo del mar Adriatico ma voleva anche frenare il potere degli Aragonesi sulle coste pugliesi. E così Otranto venne lasciata al suo destino.

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Il sacco ha lasciato in eredità al borgo le mura e il castello dandole l’odierno aspetto di città-fortezza, affacciata a strapiombo su un mare cristallino, e la giusta fama di paese inespugnabile: dopo il terribile avvenimento infatti divenne baluardo dell’intero territorio, pronto ad accogliere tra la sua imponente cinta di difesa gli abitanti di tutta la zona – come ci ha spiegato la preparatissima guida Annamaria Tarantino durante la visita nel centro storico.

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Il Castello Aragonese fu fatto costruire dal Re di Napoli Ferdinando d’Aragona tra il 1485 e il 1498 e si presenta ancor oggi come un magnifico maniero dall’immensa mole con le possenti mura intervallate da tre torri: Ippolita, Alfonsina e Duchessa.

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Ad aumentare il fascino della fortezza con i bastioni ancora oggi perfettamente conservati e percorribili, ideali per passeggiate a strapiombo sul mare carezzati dalla brezza, due elementi.

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Il primo è l’ampio e profondo fossato che lo circonda e che viene interrotto solo all’ingresso da un ponte oggi in pietra ma all’origine probabilmente levatoio.

Il secondo è la Torre Matta, una delle originali quattro torri cilindriche del castello che nel ‘500 con l’avvento delle armi da fuoco venne inglobata all’interno di un bastione quadrangolare più efficace nella logica del tiro difensivo di tipo radente. Dal vano superiore si accede direttamente a un ambiente a tutt’altezza alla base del quale si giunge attraverso un ascensore panoramico. Della torre originaria è rimasta la parte cilindrica con una serie di bellissimi beccatelli decorati. Aperto al pubblico nel dicembre 2016, lo spazio che era ingombro di detriti e materiale da riporto, ospita mostre, convegni e incontri.

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Fino al 30 ottobre 2018 sarà possibile ammirare le fotografie di Carlo Toma nella mostra “Pareidolìa: guardare oltre ciò che appare – una magia per tutti”, sulla percezione illusoria relativa a tronchi d’ulivo secolare che coinvolge il visitatore in un divertente gioco di interpretazione e di associazione.

L’intero castello è oggi il contenitore culturale più importante della città e oltre a mostre temporanee ospita quella permanente “Luoghi della preistoria” dedicata alla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, caratterizzata dal più importante patrimonio pittorico del neolitico europeo.

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Se il suo maniero rappresenta per Otranto il post assedio ed eccidio, la cattedrale è sempre stato il simbolo della convivenza pacifica sviluppatasi nei secoli fino al 1480 quando era una delle più fiorenti cittadine del Salento, aperta ai commerci e accogliente con le genti.

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Testimone ne è lo splendido mosaico pavimentale, uno dei più grandi che siano arrivati così ben conservati fino a noi. Un’opera immensa, attribuita al monaco Pantaleone e formata da 600.000 tessere, che rappresenta l’Albero della Vita al centro della navata principale e altri due alberi più piccoli ai lati, quello della Redenzione e quello del Giudizio Universale.

Sul suo significato illustri studiosi si sono lanciati in interpretazioni e ipotesi delle più varie. Forse è stato pensato come un immenso tappeto di preghiera su cui Oriente e Occidente si incontravano? Forse l’albero è collegato alla Cabala ebraica? Potrebbe essere visto come il collegamento tra terra e cielo con due grandi elefanti che lo sorreggono perché è privo di radici in quanto Dio non ne ha dato che è il principio di tutto.

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Tante le raffigurazioni tra rami e foglie, dai dodici segni zodiacali alla cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, dalla costruzione dell’arca di Noè alla storia di Caino e Abele, dalla Torre di Babele alle leggende medievali di Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda.

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E ancora creature estinte e mostri bizzarri che ci parlano di una altrettanto estinta armonia con la natura. Singolare la presenza di un gatto con gli stivali che insieme ad altri simboli dai significati nascosti non aiuta a dirimere la matassa e a svelare il vero messaggio del mosaico ancora irrisolto dopo fiumi di parole e di pagine. L’ipotesi più accreditata rimane quella di documento visivo non solo di incroci e di scambi fra saperi e tradizioni diverse ma di strumento che mirava a istruire ed educare i fedeli mettendoli in guardia dai profondi mutamenti della Chiesa in anni in cui, non lo dimentichiamo, si stava assistendo allo scisma tra Oriente e Occidente. Rimane un enigma, dunque, un’opera che sembra non avere né inizio né fine. E questa potrebbe essere la metafora del suo significato.

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Nella cattedrale è spettacolare anche la cripta, in cui si possono ammirare ben 72 colonne con capitelli tutti diversi fra loro. Quando si scende in questo ambiente si ha l’impressione di entrare in una moschea. La cattedrale, del resto, raccoglie elementi arabi, romanici e barocchi, rimarcando ancora una volta il crogiolo di culture presente nella città.

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La facciata è in pietra leccese e in stile romanico, mentre il rosone che venne realizzato in pieno Rinascimento ha sedici raggi convergenti al centro e risente dei canoni dell’arte gotica- araba. Il portale, di gusto barocco, venne aggiunto nel 1674.

All’interno spicca il soffitto a cassettoni di legno dorato di stile moresco, che ha sostituito quello originale a capriate. Nell’abside della navata destra si trova la Cappella dei Martiri dove sono conservati, in teche di vetro, i resti delle 800 vittime dei Turchi, mentre dietro l’altare è posto il sasso utilizzato per la loro decapitazione sul colle della Minerva.

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Il nostro giro termina a pochi passi per andare incontro a un altro volto di Otranto, la chiesa di San Pietro, costruita tra X e XI secolo: una meraviglia bizantina che testimonierebbe il passaggio del santo qui nel suo viaggio verso Roma.

Semplice fuori, svela al suo interno pregevoli e luminosi affreschi dai motivi orientali. Molto interessanti quelli nella navata sinistra datati alla metà del X secolo che rappresentano una “Lavanda dei piedi” e una “Ultima Cena”.

In collaborazione con il Comune di Otranto

 

2 COMMENTS

  1. Mi avete riportato alla mente i meravigliosi giorni alla scoperta di Otranto di qualche anno fa. Il castello l’avevo visto solo esternamente e credo proprio dovrò ritornare in questa splendida città per riparare alla mancata visita.
    La cattedrale tanto per i suoi mosaici che per la Cappella dei Martiri, che non vi nascondo, allora mi fece una certa impressione è davvero un qualcosa di unico. Spero di leggere presto degli altri paesi di Puglia!

  2. Sì Simona devi assolutamente tornare! Dalle terrazze del castello la vista su Otranto lascia senza fiato! La prossima settimana parleremo ancora della cittadina raccontando le sue spiagge, le sue marine, dove dormire e dove mangiare. Per un racconto full optional 😉

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