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Buongusto a casa con Annalisa Grana

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Per Buongustoacasa l’amica Annalisa Grana ci propone una ricetta antica, che le ha tramandato la nonna, in linea con quella che è la sua filosofia di cucina che guarda alla tradizione: le melanzane ripiene con patate al forno. E ci dice che come in quasi tutte le ricette tradizionali molto spesso non si hanno le quantità, ma si va all’assaggio e al gusto… E noi così la proponiamo seguendo il suo consiglio e il suo modo di fare cucina.

Chi è

Annalisa Grana

Annalisa Grana, nata a San Giovanni Rotondo e originaria di San Nicandro Garganico, vive a Foggia con la sua bella famiglia.
Ha frequentato la Facoltà di Economia e Commercio e lavorato nello studio di consulenza tributaria di famiglia ma nel 2004 ha deciso di abbandonare i numeri e dedicarsi alla sua vera passione: la cucina tradizionale.

E’ membro dell’Accademia italiana di Gastronomia storica come ambasciatrice del Gargano e Capitanata e collabora​ con alcuni blog scrivendo di cucina e tradizioni, recuperando ricette antiche e scomparse. Nel 2016 ha conseguito il diploma di enogastronomia presso l’Einaudi e iniziato il percorso da sommelier presso l’Ais, conclusosi  con il superamento dell’esame di abilitazione professionale.
Fa parte dell’Associazione Cuochi Gargano e Capitanata dal 2017 e a ottobre del 2019 è stata nominata responsabile provinciale delle LadyChef di Gargano e Capitanata.

Collabora con masserie didattiche e scuole per laboratori con bambini e con associazioni varie sia a livello storico-culinario che prettamente storico, con serate a tema, seminari di cucina tradizionale, usi e costumi del Gargano.
Attualmente sta realizzando un progetto di cucina ebraica in una scuola di Foggia, uno di cucina e aspetti psicologici con uno psicologo, una serata storica con un banchetto nuziale del ‘700.
Ma la cucina non è il suo unico amore. Infatti è appassionata di storia militare e casati reali.
Attualmente lavora come personal chef e in una sala ricevimenti come responsabile hostess.

La sua ricetta: Melanzane ripiene con patate al forno

Ingredienti per 4 persone

2 melanzane grandi
Olio evo
Aglio
Pecorino grattugiato
Scamorza
Uva passa
Uova
Prezzemolo
Pomodoro salsato
Patate

Procedimento

Tagliare le melanzane in lunghezza e togliere l’interno. Sminuzzarlo e strizzarlo per togliere l’amaro.
Metterlo in un contenitore con sale, filo di olio, aglio a pezzettini, pecorino, 1 uovo, prezzemolo, scamorza, una manciata di uva passa e pecorino. Assaggiare e aggiustare secondo i propri gusti. Mescolare il tutto e mettere l’impasto nelle melanzane scavate.

Tagliare delle patate a pezzi e disporle con le melanzane in una teglia. Aggiungere un filo di olio, sale e pomodoro salsato e far cuocere circa 20 minuti sul fuoco a fiamma bassa.
Passare la teglia in forno riscaldato a 200 gradi per 10 minuti e successivamente far rosolare la parte superiore delle melanzane mettendo la teglia sulla parte alta del forno.

On line con racconti di vino e di enoturismo

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On line con racconti di vino e di enoturismo: così la Puglia celebrerà #CantineAperteInsieme il 30 e 31 maggio i giorni che avrebbero visto svolgersi la 29esima edizione di Cantine Aperte, evento che in Puglia mobilita 20mila visitatori ogni anno, il Movimento Turismo del Vino spalancherà le porte virtuali di 800 cantine italiane.

29esima edizione di Cantine Aperte

Fermi tutti! E’ tempo di divano, cellulare, calice, cavatappi, vino a giusta temperatura e occhi spalancati sui nostri desideri. Siamo pronti a viaggiare on line, tuffandoci nell’emozione lunga 29 anni che è “Cantine Aperte”. Il Movimento Turismo del Vino, anche in questa annata speciale, è pronto a portare a spasso (virtualmente) un esercito di enoappassionati il 30 e 31 maggio.

L’evento, il più atteso in tutta Italia, si sposterà sul web e ogni regione darà una sua interpretazione. In Puglia, la strategia emozionale mira a mantenere quel sottile filo rosso (o rosato o bianco) che unisce i winelovers ai nostri produttori di eccellenze vinicole.

“In tempo di Covid, la Puglia rispetta le regole sulla sicurezza, ma non abbiamo mai smesso di viaggiare con l’immaginazione. Nella gravissima crisi che la cultura e il turismo, anche quello del vino, stanno attraversando – dichiara la Presidente Maria Teresa Basile Varvaglione – è fondamentale che non si interrompano dialogo ed emozioni che legano fortemente i wine lovers alla Puglia, terra con il culto dell’accoglienza. Ben venga, dunque, Cantine Aperte 2020 on line. Ogni immagine, ogni video saranno bellezza condivisa per ricominciare appena l’emergenza in corso lo renderà possibile”.

E allora in un coro, diretto dal Movimento Turismo del Vino, il 30 e 31 maggio le 800 cantine italiane associate daranno vita a #CantineAperteInsieme nel web. Il vino sarà la perfetta cornice di un’esperienza online, smart e social che punta ad accogliere virtualmente gli appassionati di enoturismo in un intimo racconto condiviso, a distanza, dalla Daunia al Salento in attesa di vedersi nuovamente in cantina. E se, le narrazioni di vino, vi avranno fatto venire l’acquolina in bocca … si potrà fare shopping on line con le singole cantine che consegnano a casa oppure con la piattaforma iorestoacasa.delivery.

In omaggio alla accelerata digitalizzazione che stiamo vivendo per il distanziamento sociale, i nostri produttori vinicoli diventeranno video maker e fotografi. Con i loro smartphone ci apriranno le loro vigne, le sale antiche o modernissime di degustazione, da ammirare con gli occhi del desiderio: di tornare al più presto in quei luoghi amati dai winelovers per un enoturismo “dal vivo”. Tutto ciò, il 31 maggio con la messa in onda su Facebook della prima visione Cantine Aperte e su Instagram di MTV Puglia, con contenuti nuovi ed inediti.

Per info www.mtvpuglia.it.

I vantaggi di una laurea magistrale nel mondo del lavoro

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Il mondo del lavoro richiede una specializzazione sempre maggiore, sia per avere prospettive di carriera più allettanti sia per aspirare a lavori innovativi in linea con l’economia del momento. È dunque fortemente consigliato il conseguimento di una laurea magistrale.

Laurea Magistrale e Partita Iva

La formazione universitaria negli ultimi anni ha fatto diversi passi avanti a livello tecnologico, ampliando l’offerta formativa e le modalità di apprendimento.
Conseguire una laurea breve o triennale online è ad esempio diventata una prassi per oltre 90 mila studenti, che hanno scelto la modalità a distanza per il percorso accademico, al fine di conciliare interessi lavorativi e risparmio economico.
Le università telematiche riconosciute in Italia sono 11 e sono dislocate in diverse regioni e città italiane, facilitando così gli spostamenti per sostenere l’esame.

Unicusano, con sede a Roma, è tra le poche ad avere un campus universitario in stile americano con la possibilità di frequentare lezioni in presenza, svolgere attività laboratoriali, iscriversi a corsi sportivi e prendere parte a progetti formativi in collaborazione con aziende partner.

I vantaggi della Laurea Magistrale

In molti casi la laurea triennale rappresenta solo l’inizio della formazione universitaria e la laurea magistrale rappresenta il suo naturale prosieguo.
Le specializzazioni sono numerose e ogni anno sono sempre più definite, con l’obiettivo di garantire agli studenti una formazione che sia in linea con le richieste del mondo del lavoro e che possa trasferire competenze diventare imprescindibili, soprattutto in alcuni settori.
Uno degli ambiti che sta conoscendo maggiori cambiamenti è quello dell’economia, in particolare l’economia digitale. Sono nati infatti molteplici professioni digitali e il mercato è ampiamente condizionato dalle strategie web. L’avvento del Coronavirus ha velocizzato l’avvicinamento alle politiche di e-commerce e quindi diventa strategico pensare di specializzarsi proprio in questo campo.

Con l’evoluzione del mondo del lavoro, anche chi ha già un impiego con un titolo triennale, è propenso a valutare la specializzazione perché ci sono delle competenze che necessariamente devono essere conseguite per ottimizzare le prassi a lavoro e per mantenersi aggiornati. La laurea magistrale rappresenta inoltre uno strumento per valutare un cambio di lavoro e un avvicinamento ad una mansione più affine alle proprie attitudini. Sono numerosi i casi di professionisti che dopo anni in un’azienda scelgono la carriera personale aprendo una Partita IVA. Sono infatti aumentate le richieste di consulenze esterne di professionisti con esperienza diretta in specifiche sfere economiche e un loro intervento risulta strategico per puntare a nuove fette di mercato.

Università Telematica e Università tradizionale

L’e-learning è certamente una possibilità molto valida perché consente di formarsi in piena libertà organizzando il piano di studi in base alle proprie necessità. Un modo per non cambiare radicalmente la propria vita e magari restare nel proprio paese d’origine, senza affrontare spese per il trasferimento.
Le Università tradizionali offrono invece la sicurezza di una sede e favoriscono sicuramente le relazioni interpersonali.
La scelta dell’una o dell’altra dipende dai bisogni personali e dall’idea che si ha della formazione in generale. I nuovi strumenti web aprono prospettive del tutto diverse e, se affrontate in un certo modo, non sono limitanti per la creazione di rapporti interpersonali e professionali.

València, dalla huerta al mare

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La Horta o Huerta di València è uno dei pochi orti periurbani che rimangono in Europa, nonché uno dei paesaggi frutticoli mediterranei più rilevanti. Sorto 1.200 anni fa e noto come giardino di Valencia è stato dichiarato dalla FAO come Sistema Importante del Patrimonio Agricolo Mondiale (SIPAM) nel novembre 2019.

La vera paella e le spiagge cittadine

Se da sempre l’orto valenciano, irrigato dal fiume Turia tramite un complesso sistema d’irrigazione per gravità progettato dagli Arabi nell’VIII secolo, rappresenta un quadro unico, la Huerta de València ha assunto un ruolo fondamentale nella crisi derivata dal Coronavirus, garantendo frutta, verdure e ortaggi non solo alla Comunità Valenciana, ma anche ad altre regioni della Spagna.
Inoltre le previsioni sul turismo post Covid-19 guardano alla Huerta come una meta perfetta: un luogo all’aria aperta, senza sovraffollamento, che può essere percorso in bicicletta in modo autonomo, ideale per chi cerca esperienze sostenibili nella natura.

In questa distesa verde intorno alla città, tra aranceti e coltivazioni di chufa o zigolo dolce il tubero da cui si ricava l’horchata, si trova Meliana, il paese in cui Toni Montoliou ha la sua barraca, il tipico casolare valenciano con il tetto spiovente.

Siamo andati a conoscere questo personaggio conosciuto in tutto il paese, una vera e propria pop star della paella e della vita contadina, durante il nostro tour a València nel febbraio scorso insieme a Leticia Colomer, responsabile del mercato italiano e francese per l’ente del turismo VisitValència.

E dall’accoglienza muy caliente ci siamo subito accorti che non si tratta solo di leggenda: Toni è davvero istrionico e molto simpatico. E prima di mostrare ai suoi ospiti come si prepara la vera paella valenciana, cotta ancora sul fuoco vivo di legna ricavata dagli alberi d’arancio, ha mostrato le sue abilità di ciclista al contrario montando su una bicicletta e pedalando all’indietro provocando ilarità in tutti i presenti.

huerta

Questa sua originale presentazione ha preceduto il giro a bordo di un carro trainato da un cavallo col quale si raggiunge una seconda barraca che testimonia la vita di chi da generazioni abita queste terre come la famiglia di Toni.

La costruzione spicca bianchissima tra i campi coltivati ad aranceti della Huerta e all’interno si rivela divisa in due da un soppalco sul quale vengono posti ad asciugare i baccelli delle particolari arachidi che si coltivano qui nella Horta. Si tratta della varietà Cacau del collaret, una nocciolina americana che presenta un caratteristico restringimento nel centro fra i grani, come se indossasse una strettissima collana, che in spagnolo si dice collaret e che dà origine al nome.

huerta

Una delizia che poco dopo abbiamo gustato come aperitivo insieme a una bella birra fresca in attesa della paella. Prima, ci siamo fermati tra gli alberi di aranci e abbiamo raccolto un po’ di frutti che generosamente Toni ci ha donato e che abbiamo portato con noi a casa, rischiando di pagare la sovrattassa per l’eccedenza del bagaglio!

Al ritorno dal giro in campagna Toni ci ha condotto nel suo orto a raccogliere insieme a lui le verdure di stagione per la paella che viene cotta nel tipico recipiente in ferro battuto, su legna ardente rigorosamente ricavata dagli alberi di arancio.

Il primo ingrediente che si mette a rosolare è la carne. Infatti la paella nasce a València, proprio qui nella Huerta, come piatto contadino e la versione originale prevede anatra, coniglio, caracoles il nome spagnolo delle lumache, una varietà locale di fagiolo chiamata garrofò, pomodori, fagiolini, pimenton dulce che è una polvere di peperone seccato non piccante e olio d’oliva. Quando sono di stagione, si possono aggiungere anche i carciofi.

Il riso utilizzato è della qualità Bomba, a chicchi corti che sembrano delle piccole perle, che viene coltivata nella zona umida dell’Albufera, il lago più grande di Spagna, situata a sud di València.

Poi non resta che attendere la perfetta cottura del riso che va mescolato solo per i primi cinque minuti, in modo da farlo amalgamare bene. Quindi viene lasciato sobbollire ed è a questo punto che Toni ci ha invitato ad avvicinarci alla paella e al riso fumante dicendoci: “sentite come canta…”.

Questo procedimento è indispensabile per creare la parte più deliziosa del piatto, il socarrat, cioè il riso bruciacchiato sul fondo della pentola, che Toni in persona ci ha poi portato a tavola dopo averlo raschiato dal fondo.

Dopo l’autentica paella valenciana, abbiamo voluto provare anche la versione di paella de marisco, in cui molluschi e crostacei arricchiscono questo goloso piatto unico. Abbiamo scelto di gustarla a uno dei tavoli vista mare del ristorante El Coso (Paseo Neptuno 12) affacciato sulla Marina di València che pullula di locali affollatissimi fino al pomeriggio inoltrato.

La prossima volta vorremmo provare anche la Fideuà, la paella di spaghetti a base di pesce che si prepara nella stessa pentola utilizzata per il riso e che prende il nome proprio dagli spaghettini utilizzati, i Fideos.

Per smaltire niente di meglio di una passeggiata sul lunghissimo lungomare valenciano, dalle spiagge larghe dalla sabbia dorata e bordate da alte palme che le fanno paragonare a quelle californiane.

E abbiamo piacevolmente scoperto che lungo i ben 20 chilometri delle spiagge cittadine, quelle del Cabañal e della Malvarrosa, si può passeggiare con i propri cani e che quella di Pinedo, al sud della città, dispone di un’area riservata per cani durante la stagione estiva.

Per far correre liberi i nostri amici a quattro zampe, invece, ideali i sentieri rurali che attraversano El Saler e le risaie dell’Albufera o le campagne della Huerta valenciana.

E in città? Valencia vanta due milioni di metri quadri di giardini, tra i quali il giardino del Turia, grande polmone verde della città che si allaccia al parco naturale del Turia con i suoi oltre 50 chilometri di sentieri, perfetti per portare a spasso il proprio cane. Se si aderisce al gruppo “Non senza il mio animaletto”, si può viaggiare anche a bordo degli autobus della Compagnia Municipal Bus (Empresa Municipal de Transportes), richiedendo la carta Título EMT Mascota negli uffici delle Oficinas de Atención a la Ciudadanía dell’EMT. Costa solo 5 Euro, è valida per due anni e può essere ricaricata.

Foto Pablo Casino

Ma l’animaletto non deve pesare più di 15 kg e viaggiare in una gabbia portatile di massimo 45x35x25 cm. Quindi se dovessimo portare a València il nostro Otto non potremmo usufruire di questo comodo servizio ma potremmo passeggiare a piedi tra le aree verdi dei Jardin del Turia o del nuovo spazio verde di Parque Central, un’area situata tra Ruzafa e Malilla con oltre 100.000 metri quadrati di terreno, frequentato da bambini e persone con gli animali domestici. Progettato dal paesaggista americano Kathryn Gustafson interrando vecchi binari ferroviari, il parco vanta aree per bambini con parete da arrampicata, scivoli o giochi d’acqua e un’area completamente dedicata ai cani delimitata da una recinzione metallica.

In collaborazione con VisitValència

In cucina per la ricerca contro il Neuroblastoma

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In cucina per la ricerca contro il Neuroblastoma con video ricette al cioccolato da tutta Italia. Da provare a casa con le uova dell’Associazione Neuroblastoma “Cerco un Uovo Amico” andando oltre la Pasqua, ordinando e ricevendo a casa le uova solidali fino al 15 giugno. Per la Puglia sarà Alessandra Civilla dell’Alex Ristorante di Lecce a proporre la sua ricetta.

Con video ricette al cioccolato da tutta Italia

La ricetta della felicità è semplice. Bastano pochi ingredienti: condivisione, creatività, un buon palato, un pizzico di manualità, un uovo al cioccolato e tanto divertimento, senza dimenticare l’ingrediente più importante, la solidarietà. Protagonisti sono oltre 20 chef da tutta Italia, testimonial dell’iniziativa “In Cucina per la Ricerca”, promossa dall’Associazione del Bambino con l’Imbuto, che dal 1993 sostiene la ricerca scientifica che dona vita ai bambini malati di Neuroblastoma.

Hanno ideato ricette semplici e golose, da rifare a casa: mousse, crostate, cookies, brownie, tortino al cioccolato, torta caprese e perfino un cocktail. Non ci sono controindicazioni, né limiti di età: meglio se si coinvolge tutta la famiglia, anche i più piccoli, nella preparazione. Con un solo obiettivo: sostenere la campagna “Cerco un uovo amico”, che continua fino al 15 giugno, per dare speranza ai bambini malati, prenotando online su noicimettiamo.org le uova solidali, ingredienti essenziali delle video ricette realizzate da chef, pasticceri, gelatieri, cioccolatieri, bar tender e food blogger da tutta Italia.

Testimonial dalla Puglia è Alessandra Civilla dell’Alex Ristorante di Lecce (alexristorantelecce.it), con la ricetta “Caprese al Cioccolato fondente con arancia”. Grintosa e affascinante la chef salentina è autodidatta, con un diploma di maturità classica alle spalle e un legame forte con la sua terra. Sono state le donne della sua famiglia, nonna, mamma e zia, a trasmetterle l’amore per la cucina e a insegnarle i piatti della tradizione, a partire da materie prime locali di qualità, che continua a utilizzare nei suoi piatti.

La sua esperienza in ambito gastronomico inizia all’interno di alcuni ristoranti locali, tra cui uno di pesce con oltre 300 coperti e una pasticceria, prima di approdare all’Alex Ristorante a Lecce di cui è chef e patron: uno dei migliori in Puglia secondo le guide del Gambero Rosso, La Repubblica, L’Espresso. Il pesce continua ad avere un posto speciale nella sua cucina, che è in continua evoluzione, non rinuncia alla tradizione, ma si arricchisce anche di contaminazioni orientali e rispecchia la sua complessa personalità. Docente di cucina presso l’Istituto Eccelsa di Alberobello e La Città del Gusto del Gambero Rosso di Lecce, ha partecipato a diversi programmi televisivi, tra cui Uno Mattina e Buongiorno Benessere su Rai 1 e Gambero Rosso Channel per Sky TV.

I fondi raccolti saranno devoluti al Progetto GENEDREN, un importante progetto di genomica, unico nel suo genere in Europa: “Mai come oggi abbiamo la consapevolezza che la Ricerca è vita” sostiene Sara Costa, presidente dell’Associazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma e mamma di Luca, un bimbo che ha lottato per la vita e non ce l’ha fatta. “Fino a pochi anni fa, dalla forma più grave di Neuroblastoma guariva meno di un bambino su dieci. Adesso, grazie anche al sostegno dalla nostra Associazione, a salvarsi è più di un bambino su tre. Ma questo non ci basta: per questo la Ricerca non si può fermare!”. È importante un grande impegno collettivo, perché la solidarietà è l’unica forma di contagio che fa bene!

Hanno partecipato al progetto anche lo chef stellato Paolo Griffa del Ristorante Petit Royal del Grand Hotel Royal e Golf di Courmayer (AO) dalla Valle d’Aosta; lo chef imprenditore Paolo Ferralasco dei ristoranti Zupp, Maniman, Banano Tsunami e Kitchen di Genova per la Liguria; la bartender Cinzia Ferro dell’Estremadura Cocktail Bar e lo chef Danilo Bortolin del Grand Hotel Majestic-Ristorante La Beola di Verbania, lo chef Matteo Sormani della Locanda Walser Schtuba a Riale Formazza (VB), lo chef e imprenditore Roberto Buffa di Pizza Sì-EventX di Biella e Simone Salerno, il pastry chef e maître chocolatier toscano di Chocolat a Gassino Torinese (TO) dal Piemonte; il pastry chef Fabio Longhin della Pasticceria Chiara di Olgiate Olona (VA) e le blogger Federica Visconti (tasteofstyle.it) e Valeria Airoldi (fitfood.it) di Lissone (MB) dalla Lombardia; Cecilia Mansani, blogger di origine toscana che vive a Treviso (deliciousbreakfast.it) dal Veneto; il gelatiere e cioccolatiere Paolo Brunelli di Senigallia (AN) dalle Marche; la naturopata Valentina Ganz dall’Umbria; le food blogger Claudia Di Francesco (clofoodblogger) e Carla De Iuliis (carlalacontessina) di Teramo per l’Abruzzo; la chef Iside De Cesare del ristorante La Parolina (1 stella Michelin) di Trevinano (VT) dal Lazio; lo chef e volto televisivo Antonio Paolino (Attenti al cuoco–Sky, Detto fatto-Rai2, Casa Alice-Alice Tv) di Angri (SA) e la blogger Francesca Landi (Sorelle in Chic foofblog &Style) di Baronissi (SA) per la Campania; la cake designer Claudia Losardo di Cetraro (CS) e Barbara Esposito della pasticceria Le Bontà Artigianali di Amaroni (CZ) dalla Calabria; la pastry chef Enza Scuderi di GiòSì Cake and Sweet di Catania per la Sicilia e Michele Peano di Dolci Peano di Ozieri (SS) dalla Sardegna.

La prima ricetta, quella di Alessandra Civilla, la trovate qui: https://www.neuroblastoma.org/news/in-cucina-per-la-ricerca-ecco-la-prima-ricetta/

 

In casa con le friulane

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Conoscete le friulane o furlane? Prima di raccontare l’origine di queste scarpe dalla storia antica, dobbiamo sottolineare che ne parliamo adesso in #Stilinviaggio perché in un periodo in cui è necessario rimanere in casa, le friulane rappresentano le calzature ideali per sentirsi comode e allo stesso tempo chic anche tra le pareti della propria dimora.

Babbucce comode e chic

Dette anche scarpets o papusse sono le babbucce che per secoli in Friuli le donne hanno confezionato utilizzando il poco che avevano a disposizione. Erano infatti realizzate per lo più con materiali poveri e di scarto: la suola era ricavata da vecchi copertoni di biciclette, le imbottiture interne da sacchi di juta usati per trasportare sementi e granaglie, le tomaie erano ritagli di stoffa e scampoli di tessuto.

friulane

Considerate le scarpe della festa, venivano indossate la domenica e dalle spose nel giorno delle nozze e ogni zona aveva la sua nota distintiva, che poteva essere una cucitura, un ricamo, un decoro o la forma della punta.

gondola

Quando dalle montagne del Friuli giunsero a Venezia divennero le calzature dei gondolieri della Serenissima perché la suola antiscivolo non rovinava la vernice delle preziose imbarcazioni. Si racconta che poco dopo le adottarono anche i nobili, perché permettevano loro di sgattaiolare, leggeri e senza far alcun rumore, verso le stanze delle loro amanti.

Le Friulane non sono mai state delle semplici pantofole, insomma. E a me sono sempre piaciute tantissimo! Leggere e comode quando sono in viaggio, ma ideali anche ora che siamo costretti in casa: basse e silenziose, sono molto più eleganti di semplici pianelle.

friulane

Le mie prime friulane erano in velluto liscio bordeaux e le ho acquistate più di venti anni fa a Cortina d’Ampezzo. Da allora non ho potuto più farne a meno! Le ultime? Le ho comperate a Venezia a metà settembre dello scorso anno: Le Papù di Parutto Calzature.

Le ho scelte in morbido velluto e in una solare nuance arancio, per anticipare l’autunno e allo stesso tempo conservare ancora i caldi colori dell’estate, e come piacciono a me: con la punta lievemente arrotondata che garantisce un tocco di contemporaneità al modello più tradizionale. Con cosa le abbino? In viaggio mi piace indossarle sotto pantaloni morbidi e camicioni di lino con sciarpe in seta che ne richiamino il colore. A casa… con tutto: dal pigiama alla gonna in seta.

Ma c’è anche la possibilità di ordinarle e acquistarle su Internet. Tra i vari shop online ho scelto quello del brand Creazioni Fratta non solo perché le loro furlane sono di ottima qualità sia nella materia prima che nella manifattura, ma anche perché narra una storia di tradizione pantofolaia famigliare lunga tre generazioni che nasce nel 1983. Nel loro negozio online si possono acquistare le vere Furlane in quanto l’azienda è una delle poche rimaste nel territorio di San Daniele del Friuli che se ora è conosciuto soprattutto per il suo prelibato prosciutto, per più di un secolo ha fatto dell’arte pantofolaia una sua punta di diamante. Il nome, Creazioni Fratta, rende omaggio alla Chiesetta della Fratta, un piccolo scrigno sacro molto amato dai sandanielesi sin dal lontano 1300.

friulane

Mentre oggi lo stesso nome, legato alla tradizione popolare e al territorio, è sinonimo di manualità e di alta artigianalità che permettono di confezionare prodotti di grande qualità. Le Friulane o Furlane di Creazioni Fratta hanno le caratteristiche durevoli di quelle di un tempo ma sono riproposte rinnovate e al passo con i tempi, abbracciando nei vari modelli quella versatilità che le hanno portate fino ai giorni nostri.

friulane

Le calzature Creazioni Fratta possono essere anche ordinate su misura, scegliendo i materiali e i tanti modelli proposti, a cui la lavorazione artigianale dona eleganza e raffinatezza. Quali ho scelto io? Il modello più classico che avvolge naturalmente il piede in due colori “polverosi” che mi piacciono moltissimo e sono il must di stagione: rosa antico e carta da zucchero. E sono convinta che gli abbinamenti, in casa e fuori, saranno facili e al tempo stesso ricercati, eleganti e chic.

Classiche e moderne al tempo stesso, le friulane hanno mantenuto nei secoli la loro forma e il loro stile. E oggi il loro valore aggiunto è dato sia dal mood totally green che le contraddistingue sin dalla nascita, che dal fatto che continuano a essere cucite a mano.

Ancora oggi le papusse sono confezionate artigianalmente e continuano a non avere una destra e una sinistra: una volta calzate prendono la forma del piede che le indossa. E soprattutto continuano a rappresentare una scelta di stile sofisticata che completa ogni outfit. Si possono portare con il tallone sollevato o abbassato, si possono scegliere in classico velluto ma anche in lino, broccato, tessuti ricamati, decorati o anche riciclati. E si possono abbinare ai jeans, all’abito da sera oppure sfoggiare in spiaggia, in viaggio, in casa.

Ricette dal mondo: il Goulash dall’Ungheria

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ll Goulash è un piatto tipico ungherese conosciuto in tutto il mondo. L’ho mangiato nella versione originale, quella cucinata sul paiolo, a Budapest in una freddissima giornata di fine dicembre bevendoci su, per scaldarmi, il buon vino rosso magiaro chiamato Bikavér, letteralmente “sangue di toro”. Si tratta di una sorta di spezzatino di manzo o di vitello particolarmente saporito a base di cipolle, patate e paprika dolce.

Secondo la ricetta tradizionale, il Goulash è un piatto povero che sfamava i mandriani nella grande prateria ungherese chiamata Puszta. Il termine Gulyás deriva da gulyás, il cui significato è appunto mandriano. Poco alla volta, i mandriani cominciarono a diffonderlo in tutta Europa e la ricetta si diffuse in Germania, in Polonia, dove si chiama Gulasz, e in Austria con la variante austriaca del Rindsgulasch.

Provate a farlo insieme a noi con la ricetta originale!

La ricetta del Goulash

Ingredienti

1 litro di brodo di carne
500 grammi di patate
1 spicchio di aglio
1 carota
400 grammi di cipolle
50 grammi di burro (strutto nella ricetta originale)
1 cucchiaio di cumino in polvere
1 cucchiaio di paprika dolce in polvere
800 grammi di polpa di vitello
2 peperoni verdi o rossi
1 pomodoro rosso

Procedimento

Tagliare le cipolle a fettine a farle appassire in una pentola alta, grande e antiaderente nel burro per una ventina di minuti facendo in modo che non si brucino. Aggiungere alle cipolle l’aglio schiacciato, la carota a dadini e il cumino.
Dopo averla tagliata a cubi versare nella pentola anche la carne di vitello e lasciar rosolare mescolando di continuo in modo tale che la carne rilasci il suo liquido permettendo alle cipolle di non bruciarsi.

Aggiungere la paprika, il sale a piacere e una volta mescolato coprire con un coperchio e lasciar cuocere a fuoco basso, mescolando ogni tanto, per almeno un’ora aggiungendo solo e soltanto se necessario un cucchiaio di brodo nel caso in cui la carne si stia bruciando.

Sbucciare e tagliare le patate a cubetti, tagliare anche il pomodoro a cubi dopo aver tolto i semi e allo stesso modo tagliare anche i peperoni, sempre senza semi. Trascorsa l’ora di cottura aggiungere pomodoro e peperoni alla carne e coprire con il brodo lasciando cuocere per un’ora quindi aggiungere anche le patate e il restante brodo lasciando cuocere per altri 45 minuti.
Assaggiare, salare se necessario e servire caldissimo facendo in modo che sia denso e cremoso.

Buongusto a casa con Agostino Bartoli

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Dolce la proposta di Agostino Bartoli, ma con l’intenso innesto del robusto vino Primitivo di Manduria. Addolcire il periodo è il suggerimento di Agostino Bartoli, chef della storica trattoria Gatto Rosso di Taranto, che volentieri seguiamo e questo dessert diventa un buon modo per trascorrere il tempo ai fornelli di casa.

Chi è

Agostino Bartoli

Agostino Bartoli nasce a Taranto nel 1977 da papà Rino e mamma Elisabetta che lavorano nella trattoria Gatto Rosso dei genitori di Rino: Pietrina e Agostino rispettivamente salentina e toscano. Cresce tra tavoli e fornelli, ma dopo gli studi da perito elettronico frequenta la Facoltà di Economia di Bari ma non conquistando buoni risultati esaurisce i rinvii della leva militare ed è costretto ad arruolarsi in Marina.
Sulla nave scuola Amerigo Vespucci gira il mondo con la masione di nocchiere, ma partecipa anche ai pranzi e cene di rappresentanza con numerosi capi di Stato e personaggi di grande rilievo mondiale.
E qui che inizia a nascere la sua passione per l’ospitalita di un certo genere. Così nel 2000 torna a Taranto e si ferma nella trattoria di famiglia è gia nel 2004 viene premiato come miglior giovane ristoratore dell’anno dal Decano della ristorazione pugliese Angelo Ricci del Fornello di Ceglie allora già Stella Michelin, durante la manifestazione Ceglie è. Da allora è un crescendo tra tradizione, materia prima di altissimo livello e soprattutto non più di tre ingredienti per piatto.

La ricetta: Pera al Primitivo di Manduria crumble alle mandorle e crema inglese

Ingredienti per 4 persone

4 pere di media grandezza
Cannella qb
chiodi di garofano qb
La buccia di un limone
750 cl di primitivo di Manduria
150 gr di zucchero di canna
Mente fresca

Per la crema inglese
350 gr di panna fresca
150 gr di latte fresco
110 gr di tuorli
65 gr di zucchero
1 baccelli di vaniglia

Per il crumble alle mandorle
50 gr di farina 00
50gr di zucchero di canna
40gr di farina di mandorle
40 gr di burro

Procedimento

Sbucciare le pere tagliarle in 4 spicchi ciascuna e privarle del torsolo.
Unire in una casseruola alta il vino, lo zucchero, la buccia di limone e le spezie. Poi aggiungere le pere e portare sul fuoco per circa 30 minuti e far raffreddare il composto.

Per la crema inglese
Mettere a bollire il latte e la panna con i semi del baccello di vaniglia; nel frattempo sbattere i tuorli con una frusta assieme allo zucchero. A questo punto versare il composto di latte e panna sui tuorli filtrandolo con un setaccio. Rimettere il tutto sul fuoco e raggiungere la temperatura di 84 gradi. Mettere da parte e raffreddare subito.

Per il crumble
Unire in una ciotola farina 00, farina di mandorle e zucchero. Nel frattempo ammorbidire il burro e infine amalgamate il tutto con un cucchiaio.
Far riposare l impasto per circa 30 minuti e in fornare a 180 gradi fino a colorazione.

Composizione del piatto

In un piatto fondo mettere la crema inglese molto fredda, riscaldare leggermente le pere e adagiarle sulla crema. Finire il piatto con il crumble e della menta fresca.

Voglia d’Italia 4: la Liguria e le Cinque Terre

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Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore: la Liguria delle Cinque Terre di fama mondiale lungo il verde litorale a ridosso de La Spezia. Qui è la natura a creare capolavori di forme e prospettive che si colgono percorrendo un tratto di 18 chilometri dichiarato Patrimonio dell’Umanità e scandito dai 5 celebri borghi colorati.

Dalle spettacolari Cinque Terre a Zena

Da Monterosso, più a ovest, a Riomaggiore, attraverso Vernazza, Corniglia e Manarola, il panorama è sempre sensazionale: da una parte il mare e dall’altra un paesaggio unico, risultato delle fatiche spese nei secoli dagli abitanti per modellare un territorio ostile costruendo chilometri di muretti a secco per ricavare piccole fasce di terra chiamate cian, coltivate a vite, olivi, limoni e orti. Un panorama che ci manca, in quanto conosciamo il litorale fino a Levanto, considerata la “porta” delle Cinque Terre.

Levanto

Avevamo già allora il desiderio di andare alla scoperta di questa parte della Liguria, che ne rappresenta il volto più genuino fatto di case dalle facciate colorate e creuze de ma, le ripide stradine di pietra e mattoni cantate da Fabrizio De André. E raggiungere Monterosso, dove il poeta Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura nel ’75, trasse ispirazione per alcune delle poesie della raccolta “Ossi di seppia”.

Bonassola

In una celebra i limoni e percorrendo la litoranea si capisce subito perché: il loro profumo si mescola a quello della macchia mediterranea, della salsedine ma anche a quello delle fritture di pesce che si diffonde dalle case. Frittura in cui protagonista è il pesce azzurro con attrice principale l’acciuga delle Cinque Terre, inserita da Slowfood tra le “specie protette”.

cinque terre

Anche a Vernazza le case sono colorate. Qui prevalgono tinte tra il rosa, il rosso cupo e il giallo nel borgo che sembra precipitare dalla roccia sulla piazzetta lambita dalle acque del porticciolo, sulla quale si affaccia la chiesa di Santa Margherita d’Antiochia.

Per inerpicarsi fino a Corniglia ci vuole forza e tanta buona volontà. Infatti, per raggiungere il borgo dalla stazione ferroviaria occorre salire la Lardarina: 33 rampe e 377 scalini, ma per chi non se la sente di affrontare a piedi questa salita c’è la strada servita da bus ecologici. Corniglia è menzionata da Boccaccio nel “Decamerone”, nella novella che narra le disavventure dell’abate di Cluny, il quale priglioniero del brigante Ghino di Tacco e sofferente di mal di stomaco, veniva curato dallo stesso carceriere con fette di pane abbrustolito e un bicchiere di Vernaccia di Corniglia.

cinque terre

Ma il luogo più romantico delle Cinque Terre è Manarola. Perché? Ci hanno detto che per rendersene conto bisogna andarci e percorrere la stradina che porta al mare dove si allineano le barche dei pescatori tirate in secca quando sopraggiunge tempesta. Questo è il luogo perfetto per gustare lo Sciacchetrà, lo straordinario vino dolce delle Cinque Terre, che amo sin da piccola quando il mio papà mi faceva bagnare le labbra nel suo bicchiere. Ottenuto da uve appassite all’aria, lo Sciacchetrà ha un colore ambrato, una gradazione di 17°, un profumo con sentore di albicocche e miele d’acacia e un gusto che va dal dolce al quasi secco. Vino raro e costoso, in quanto ricavato dalle viti coltivate sui terrazzamenti difficili da vendemmiare, piaceva a Giovanni Pascoli e a Gabriele D’Annunzio.

E a questo punto, per rimanare in tema di gusto, è doveroso assaggiare il cappon magro, specialità della cucina ligure tradizionale. Nata come rancio dei gallioti, i rematori delle galee genovesi, nel XIX secolo fu trasformata dai ricchi borghesi nel piatto più sontuoso di Liguria: verdure condite con salsa verde e adagiate su gallette bagnate con acqua e aceto. Gli strati di verdura si alternano con altri di pesci e crostacei. E l’insieme è guarnito da scampi, gamberi e rondelle di aragosta.

cinque terre

Per smaltire, consigliata la passeggiata lungo la strada più famosa delle Cinque Terre, la Via dell’Amore, che si snoda tra Manarola e Riomaggiore in un sentiero intagliato nella roccia lungo appena un chilometro.

Genova

E poi? Genova! Ci sono stata tanti anni fa con il mio papà in una circostanza non proprio piacevole e poi una seconda volta in visita all’Acquario con i miei nipotini, ma mi piacerebbe tornarci e approfondire la visita di questa città ricca di arte e di storia.

Girare per i caruggi tra i profumi di focaccia, farinata e pesto, ma anche di spezie, incenso e musiche africane e poi raggiungere via Garibaldi, che ha la più alta concentrazione di dimore nobiliari del Vecchio Continente, che appartenevano alle famiglie che per secoli dominarono la città: Doria, Spinola, Grimaldi, Pallavicino, Podestà. Suggestivi i nomi, da Palazzo Bianco, che conserva dipinti di scuola fiamminga, a Palazzo Rosso che ospita diverse tele di Van Dyck, fino a Palazzo Tursi, sede del Municipio in cui è custodito il violino di Niccolò Paganini.

E poi guardarla dal mare con un giro in barca per ammirare lo straordinario profilo della città, un anfiteatro naturale incorniciato da colline e da mura fortificate. E anche dall’alto, salendo sull’ascensore panoramico del Bigo, che ruotando su se stesso, mostra il panorama mozzafiato di Genova a 360°. Oppure, più faticosamente, affrontando i 200 dei 375 scalini della Lanterna, faro e simbolo della Superba fin dal Cinquecento.

(Foto da cittameridiane.it e pixabay.com)

Fede Cheti Eyewear e il mio nuovo look

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Mi Ho sempre avuto un debole per gli occhiali, soprattutto quelli un po’ diversi dal solito. Per cui non potevo non notare i modelli prodotti dall’azienda Fede Cheti. Dove? Su quella grande vetrina globale che è Instagram. Ma cominciamo dall’inizio.

Voglia di luce a partire dagli occhiali

Fede Cheti

Un detto antico recita “chi si somiglia si piglia” e calza a pennello a questa bella storia che vi vogliamo raccontare, quella dell’incontro virtuale tra me e Alessia Fugazzola, proprietaria insieme al marito Nicola Zeni, della Fede Cheti S.r.l. azienda che faceva capo a Federica Cheti, artista che ha dedicato la sua creatività alla produzione industriale dell’arredo e del design.

I punti di contatto sono parecchi e quelli che mi sono saltati subito all’occhio, è proprio il caso di dirlo, sono la passione che accomuna entrambe per questo accessorio fin da ragazzine quando, obbligate all’uso delle lenti, lo abbiamo considerato un elemento distintivo di stile e un indice di personalità, la preferenza per le forme a farfalla e l’amore per i cani.

Fede Cheti

Dunque il feeling con Alessia è stato immediato e sono ben contenta di sfoggiare un paio di occhiali scelto dalla sua collezione Fede Cheti Eyewear presentata lo scorso anno al Mido di Milano. A questo punto è indispensabile parlare dell’altro nome femminile dietro questa storia di donne, quello che dà il nome al marchio.

Fede Cheti

Federica Cheti nacque a Savona agli inizi del secolo scorso e si trasferì a Milano molto giovane dove iniziò un’attività creativa nel settore tessile che la portò a sperimentare tecniche di tessitura, di materiali, di disegni, ma anche a proporre variazioni di tinte e gamme di colori inedite sino ad allora. Per il bagaglio culturale insito nel marchio, il brand Fede Cheti rappresenta un secolo di design. Nel suo Atelier milanese sono passati artisti come Giò Ponti, Magistretti, Fontana, Brunetta e molti altri per collaborazioni sui tessuti dedicati all’arredo.

E qui che emergono altre affinità, questa volta tra Alessia Fugazzola e Fede Cheti, considerata la Coco Chanel dei tessuti, icona di stile nota per le sue stoffe. I disegni, in funzione dei quali veniva realizzato il tessuto, sono di proprietà da due decenni della famiglia di Alessia, che un paio di anni fa ha deciso di farli rivivere e di declinarli in una collezione di occhiali, sua grande passione insieme ai tessuti.

Non solo i disegni della designer che compongono il prezioso Archivio sono oggi costante fonte di ispirazione per Alessia che ne rilegge i tratti e ne ricostruisce le ambientazioni e i contesti per declinarli in forme e toni contemporanei, ma anche la ricerca costante sulle forme e sui colori da applicare ai suoi occhiali è in profonda sintonia con il lavoro di disegno che portava Fede Cheti alla realizzazione dei suoi tessuti.

Del resto c’è molto in comune tra i due ambiti: il tessuto viene stampato, così come la lastra degli occhiali, che viene poi intagliata e dà la forma all’occhiale. C’è molto in comune anche a livello della produzione e nell’uso del colore che dà carattere e personalità sia in una casa che su un viso.

Sotto questa ottica nasce la collaborazione con Dante Caretti, guru indiscusso dell’occhialeria di design in Italia e nel mondo, che porta alla prima collezione siglata Fede Cheti Eyewear, realizzata dalle migliori realtà artigianali produttive di occhiali del Cadore.

Negli occhiali le grafiche e i disegni di Fede Cheti sono citati in dettagli esclusivi, come il fiore della famosa fantasia Shonbrunn che appare nei modelli più iconici. Ma nella collezione sono presenti anche un modello che sulla stampa dell’acetato riprende fedelmente un disegno di Gio Ponti e piccoli gioielli in metallo applicati sul frontale o richiamati sull’asta.

Fede Cheti

Mi piace aggiungere che Alessia e suo marito Nicola uniscono alla loro attività imprenditoriale un’intensa azione filantropica attraverso le iniziative della Fondazione Italiana Diabete Onlus da loro fondata nel 2009, alla quale va parte dei proventi ricavati dagli occhiali e che nasce con l’obiettivo di sostenere la ricerca per trovare una cura definitiva al Diabete di tipo1 di cui soffre il secondo figlio della coppia.

Tornando a me e alla mia scelta, dato che ho sempre portato montature da vista e da sole, non potendo sostituirle con le lenti a contatto per tempi prolungati per un problema di secchezza oculare, ne ho fatto di necessità non solo virtù ma anche vanto, indossando modelli di carattere che si fanno notare e danno immediate informazioni sulla mia sfaccettata personalità.

Tutto questo ho ritrovato negli occhiali di Fede Cheti.

Fede Cheti

Mi hanno affascinato sin da subito le proposte originali e sofisticate, ma la scelta è caduta su Paris, un modello pulito ed elegante che risalta sul mio viso grazie alla nuance Nude che mi è stata suggerita da Alessia. Consiglio che ho apprezzato molto e che si innesta bene nel mio desiderio di luce per contrastare questo periodo buio, a cominciare dallo sguardo sulle cose quotidiane dato che gli occhiali da vista mi accompagnano tutto il giorno.

Fede Cheti S.r.l.
Info: + 39 0331 504623
www.fedecheti.cominfo@fedecheti.com

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