Anche la luna, bianca e luminosa, ha il suo lato oscuro, cantavano i Pink Floyd in una loro celebre canzone. Così la Valle d’Itria, che oggi conosciamo come luogo fiabesco e tra le mete turistiche più visitate della regione Puglia, in un passato più o meno recente ha avuto un’immagine molto diversa.

Brigantaggio e deportazione: l’altra faccia della Valle d’Itria

Rimane intatta la natura quasi incontaminata che fa di queste zone un angolo di paradiso fra trulli e vigneti. Ma come dicevamo, non è sempre stato così. Infatti la valle è stata un luogo di transito tra i due mari, abitato fin dai tempi più antichi e anche conteso. E ha avuto una “dark side” soprattutto dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, dopo l’unità d’Italia, quando le campagne della zona non si sottrassero al fenomeno del Brigantaggio che interessò tutto il Meridione d’Italia.

In quel periodo furono molte le bande dei briganti, formate da renitenti alla leva, sfuggiti alla cattura e alla fucilazione, soldati e ufficiali del disciolto esercito borbonico, ex garibaldini, pastori e contadini nullatenenti, che spadroneggiarono qui: dal prete brigante Ciro Annicchiarico fondatore della “setta dei decisi” e promotore della “repubblica salentina” a Carmine Crocco che trovò rifugio nel Bosco delle Pianelle a Martina Franca.

Tra le masserie e le campagne di Putignano, Castellana, Alberobello, Noci, Locorotondo, Turi, Conversano, Gioia del Colle, Martina Franca, Mottola, Monopoli e Fasano seminò il terrore Nicola Spinosa, conosciuto con il soprannome di Scannacornacchia. Al limite del territorio compreso tra Martina Franca e Mottola, i boschi di San Basilio ospitarono tra il 1861 e il 1863 alcuni tra i più sanguinari esponenti del brigantaggio postunitario come Cosimo Mazzeo di San Marzano detto Pizzichicchio, Rocco Chirichigno di Montescaglioso alias Coppolone e il Sergente Romano.

Queste bande cominciarono le loro scorrerie nelle campagne e favorite inizialmente dalla complicità di pastori e contadini si rifornivano di viveri, di armi e di cavalli nelle ricche masserie del territorio. Ma in seguito coloro che vivevano a stento del loro duro lavoro cominciarono a non piegarsi più alle razzie dei briganti.

Per cui le masserie che un tempo venivano fortificate per resistere agli attacchi dei pirati venuti dal mare, cominciarono a divenire luoghi di aggregazione sempre più importanti per difendersi dagli assalti di questi gruppi spesso sbandati e senza guida.

Ma chi erano i tanto temuti briganti? Tante le figure: c’erano preti-briganti che ripudiarono la chiesa per l’amore di una donna e giovani sergenti che mobilitarono masse di soldati alla ventura.

Per capire meglio il fenomeno del brigantaggio, ogni anno viene organizzata La Notte dei Briganti, una manifestazione curata dall’Associazione Sylva Tour and Didactics di Alberobello, imperniata sulle vicende legate al fenomeno postunitario nel territorio della Murgia dei Trulli.

Le scene in costume sono ambientate nei boschi adiacenti la ex Fondazione Gigante, meglio conosciuta come Casa Rossa, e rappresentano le vicende realmente accadute in un periodo storico ancora poco scandagliato. Perché ciò che è riportato sui libri circa l’Unità d’Italia, il brigantaggio e la questione meridionale, è solo una piccola parte.

E non è un caso che queste vicende siano ambientate nei dintorni di un luogo che vanta anch’esso una storia molto singolare. Si tratta di una masseria costruita nel 1887 chiamata “Albero della Croce” che espropriata a donna Teresa Spinelli, Contessa di Conversano, fu acquistata dal sacerdote don Francesco Gigante di Alberobello che qui volle istituire la Scuola Agraria “F Gigante”.

L’imponente edificio, che ancora oggi incombe su tutto il territorio circostante all’incrocio delle tre province di Bari, Brindisi e Taranto, è una grande costruzione a due piani di colore rosso pompeiano, con quasi 50 vani di diversa ampiezza e ampi scantinati che ospitò l’Istituto Agrario fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Da allora venne adibito a Campo di Concentramento per internati e confinati: la “Casa Rossa” inizia a funzionare il 28 giugno 1940 e rimane attiva con alterne vicende fino alla sua definitiva chiusura nel novembre 1949.

E’ stato uno dei più longevi campi di internamento che ha visto passare circa cinquemila mila persone in un decennio. Nei primi anni si alternarono tra le mura del complesso circa 200 internati fra inglesi, ebrei tedeschi in fuga dal Reich, ebrei italiani, ex-polacchi, apolidi anarchici e antifascisti oltre a qualche comune delinquente. All’inizio gli ebrei stranieri erano ospiti, cioè si trovavano lì con il visto turistico per completare le pratiche e trasferirsi in America, poi in seguito all’entrata in guerra dell’Italia arrivarono centinaia e centinaia di deportati destinati ad Auchwitz e agli altri campi di sterminio.

Alla fine della guerra vi furono imprigionati ex-fascisti e uomini che si erano macchiati di crimini di guerra in attesa di processo. Tra il 1947 e il 1949, inizia la terza stagione per la Casa Rossa. E’ il periodo della guerra fredda e qui vengono rinchiuse molte donne provenienti da tutta Europa ex-collaborazioniste con i loro bambini. A queste si aggiungono interi gruppi familiari di displaced persons di tutta Europa: tedeschi, albanesi musulmani, austriaci, jugoslavi, russi ortodossi non bolscevichi, baltici, disertori.

Il 5 dicembre 2007, la Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Puglia ha dichiarato la Casa Rossa bene di interesse storico-artistico. Sembrava destinata a diventare un contenitore culturale e a essere trasformata in un Museo-Memoriale della Shoah nel Mezzogiorno. Ma purtroppo così non è stato e oggi solo le antiche stalle della Fondazione Gigante sono state restaurate diventando parte di una struttura alberghiera.

Il resto è in stato di completo abbandono, alla mercé dei vandali che hanno già asportato le basole in pietra, gli infissi interni, le chianche dei trulli, i quadri e gli arredi sacri dalla cappella e hanno devastato l’archivio. A causa delle infiltrazioni di acqua piovana, poi, gli affreschi e il falso mosaico sovrastante l’altare della cappella, realizzati nel 1948 durante il suo internamento dal profugo lituano Viktor Tschernon, sono in rovina.

Dando un ultimo sguardo alla Casa andiamo via con un brivido che ci corre lungo la schiena: tale è la suggestione che il sibilo del vento tra i rami degli alberi ci sembra a tratti portare con sé voci, grida e lamenti.

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